Il diario di Didimo Chierico
10 marzo, mercoledì PDF Stampa E-mail

Dall'ultimo numero della rivista   Sincronie, in una sezione coordinata dall'ottimo Fabio Pierangeli.

Irene Baccarini

 

Nel sole, nel mare, nel verbo.

Intervista a Giuseppe Conte

«Io sono animato dal più umile dei propositi:

salvare quello che c’è di umano nell’uomo,

quello che c’è di divino nell’universo intero,

e il linguaggio è l’unico strumento che ho per farlo.»

Pochi autori riescono, pur parlando di se stessi e della propria opera, a parlare agli altri. Quando questo accade, vuol dire che ci troviamo di fronte ad un grande poeta, dalle cui parole sentiamo emergere verità profonde eppure… familiari, che aspettavamo ci venissero rivelate. È il caso di Giuseppe Conte: nonostante egli abbia sperimentato generi diversi, creando con materie sempre nuove, possiamo continuare a pensarlo come il Ragazzo che «vuole avere una voce» e che, discendendo nelle profondità oceaniche, come narra la leggenda irlandese che egli recupera ne L’Oceano e il Ragazzo, riporta sulla terra «un Canto / nato appena, invincibile».

Di questo canto, della forza e dell’entusiasmo - nella sua accezione etimologica dell’essere presi dal divino - con cui Conte crede nella poesia, della naturalezza con cui riscopre i valori più profondi della letteratura, come testimoniano le risposte che seguono, non possiamo che essergli grati.

1) Lei ha scritto raccolte poetiche, romanzi e opere teatrali, considerando solo l’ambito della scrittura creativa. Ma qual è la forma in cui sente di poter meglio esprimere le sue esigenze formali e spirituali?

Ho sempre considerato il centro di tutta la mia attività la poesia. Ma sin dall’adolescenza la passione per il narrare e per la scena, il monologo e l’azione drammatica è stata fortissima. Cambiando genere, per me, non cambiano le esigenze spirituali. Anzi, è proprio l’urgere di una esigenza spirituale di conoscenza del mondo, di dar vita a un proprio mondo, a una propria visione del mondo che mi spinge a usare i differenti generi letterari a seconda dell’intensità, della durata, della forma di ciò che voglio esprimere. La poesia lirica è per il lampo divinatorio, per l’espressione rapida, quasi inconsapevole di uno stato d’animo e delle sue metamorfosi. Il dramma è per l’oggettivazione in personaggi e azione di una metafora della vita. Il romanzo è per descrivere in lunghi tempi e spazi, architettonici e sinfonici, i rapporti tra essere umano ed essere umano, tra essere umano e la società in cui vive o la storia attraverso la quale questa società è passata. Ripeto, non ho mai preso a modello romanzieri e drammaturghi, ma sempre poeti che poi hanno divagato verso altri generi, da Hugo a Pasolini.

2) Confrontando la sua prima raccolta L’Oceano e il Ragazzo con i vari esperimenti che compongono Canti d’Oriente e d’Occidente, mi sembra che il suo verso abbia acquistato una maggiore corposità, ma anche maggiore fluidità: un verso ricco che si fa realmente «materia- creante». Potrebbe delineare le tappe fondamentali del suo cammino poetico?

Dall’Oceano ai Canti passano molti anni. Dagli anni Settanta agli anni Novanta. Il verso dell’Oceano è ancora toccato dalla tentazione dall’atonalità, l’endecasillabo vi è truccato, respingendo congiunzioni e preposizioni alla fine, con una pratica quasi maniacale dell’enjambement. Tutto lì è dominato e in qualche modo subordinato a un delirio metaforico che trova la sua espressione nel novenario della ballata da cui il libro prende il titolo, una musica allucinatoria, celtica. Poi ho adottato un verso più narrativo nelle Stagioni. In Dialogo del poeta e del messaggero, ho scelto per la voce del Messaggero la terzina, per l’io poetante, che poi è la mia voce propria, storica, che parla per la prima volta senza metafore, un verso libero più fluido. Inoltre si allarga l’orizzonte lessicale sino a comprendere, nel poemetto Democrazia, il linguaggio della contemporaneità più cruda. Infine nei Canti compare la mia più approfondita ricerca metrica, con il ghazal orientale e i suoi distici rimati, l’endecasillabo mobile o discorde del poemetto Ai Lari, il verso whitmaniano e la terzina civile della poesia dedicata a Bobby Sands (terzina mantenuta nella traduzione in gaelico di Padraig O’Snodaigh).

 

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18 gennaio , lunedì PDF Stampa E-mail

Didimo è traghettato nel secondo decennio del XXI secolo tra malinconie e piccoli malanni. Rendersi conto che ha problemi a mangiare qualche ostrica e a bere qualche bicchiere di vino lo rattrista, prima che preoccuparlo. Rendersi conto che non ha più voglia di festeggiare neppure il Capodanno, su cui un tempo costruiva scoppiettanti mitologie , lo preoccupa, prima di rattristarlo. Non sa bene cosa vuole e cosa vale per lui. Si sente circondato di vuoto. Eppure lavora sempre, come se potesse scrivere in eterno.

Le terre del mitoBuona la presentazione di Terre del mito a Montecarlo. E’ l’unica che ho fatto, e non ne farò altre.

Sotto una pioggerellina insidiosa, Montecarlo vista dal Cafè de Paris era bellissima, luccicante e falsa come i sogni.

These days, when , it seems to me , there are not many outstanding novels coming out of Italy, it is a joy to see the appearance of I giorni della Nuvola, an exceptional, pleasurable, and highly readable novel. The characters stand out of their own. The style is forceful and at times lyrical. Clouds, skies, rains, horizons and landscapes are described with subdued strokes and colors and a poetic quality that enhances the charm of the writing. Let us hope that Giuseppe Conte will produce many more novels.”

Queste parole benedette furono scritte da Rufus S. Crane su World Litterature Today, vol 65, n° 2 (Spring, 1991), cercare su internet per credere.

Copertina i giorni della NuvolaIl bello è che io leggo queste parole solo adesso. Perché Rufus S. Crane non è un mio parente, un mio vicino di casa, uno della mia casa editrice, un critico amico, niente, è uno che firma i suoi pezzi da Key West , che non fa parte di nessun giro. Il libro in questione (I giorni della Nuvola, Rizzoli, 1990) così apprezzato dal critico americano, passò in Italia sotto un pesante silenzio, e i pochi che se ne occuparono, Guglielmi, Golino, lo stroncarono.

Ho prodotto many more novels, da allora, ma che fatica!

Quante miserie, invidie, incomprensioni! Quanti boicottaggi ! Eppure, sono qui che progetto grandi storie ancora. Senza perdermi d’animo. Perché le sento necessarie, perché non potrei farne a meno. Certo, ci fosse un Rufus S. Crane italiano, tutto diventerebbe più facile…

Leggo Ayn Rand. La rivolta di Atlante. Dovrei detestare questa apologia della forza prometeica dell’industria, dell’acciaio, della ferrovia, del denaro. E’ superata, è perdente oggi. Però lo spirito ribelle, anarcoide, vitalistico dell’autrice mi piace. Leggo d’un fiato un’opera che ideologicamente è lontanissima da me. Ma è un’opera.

Un romanzo che vuol dire un cazzo di qualcosa. Oggi tutti scrivono senza idee di mondo e senza visione del mondo, e se ne vantano.

Leggo Aimez-vous Brahms della Sagan. Ero stato accusato da una gentile lettrice di Didimo di aver parlato in maniera troppo disinvolta e poco castigata di Bonjour tristesse.

Sempre in sintesi disinvolta, dirò che sono ammirato di come una ragazza di 24 anni abbia potuto scrivere un’operina come Aimez-vous Brahms. Lieve , garbata, mondana, malinconica, brillante, una specie monca di Affinità elettive ridotta a balletto, a commedia musicale di tempi meno tragici e più intimamente esistenziali. Paule e Roger, Simon e Maisy: Paule soprattutto è un bel personaggio, una di quelle donne che si vorrebbero incontrare, se ne esistono ancora.

 

 
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