4 dicembre ,venerdì PDF Stampa E-mail

Il Ministro Bondi

L’affermazione del ministro Bondi contenuta in un articolo del Corriere della Sera secondo la quale sospenderà la produzione e la pubblicazione delle sue poesie, visto che i tempi duri del Pdl richiedono durezza, potrebbe semplicemente far ridere e far tirare un sospiro di sollievo. Ma quello che preoccupa, e che preoccupa doppiamente Didimo, uno che ha speso la vita nella pratica e nella difesa della poesia, è l’idea di poesia che vige nella classe dirigente italiana. Un ministro dei Beni culturali che crede che la poesia sia una privata esternazione di dolci o mollicci sentimenti, questa è una notizia. E Dante, di cui tutti noi che parliamo italiano siamo figli? E’ dolcezza il grandioso viaggio ultramondano della Divina Commedia? E Parini? È dolcezza la sua satira feroce del Giovin Signore sfaccendato viziato? E Alfieri? E’ dolcezza la sua esaltazione anarchica della libertà e della volontà? E Foscolo? E’ dolcezza la sua condanna del “dotto, il ricco ed il patrizio vulgo”, la sua invenzione dell’esilio? E Leopardi? E’ dolcezza il suo sgomento di fronte al cielo stellato e all’infinito? Un critico francese ha dedicato un saggio intorno ad Alfieri, Foscolo e Leopardi intitolandolo “Tre guerrieri”, altro che dolcezza. E Manzoni, e Carducci, e via dicendo, sino al Novecento di Ungaretti e Montale, di Sanguineti e Pasolini ? Ma mediamente la nostra classe dirigente, così spesso sguaiata e canzonettara , non sa più niente della tradizione in cui l’Italia si è formata, non sa più che la poesia in Italia è stata il midollo spinale della nazione, ignora la sua portata spirituale, ignora la sua energia ideale, rivolta al futuro di una lingua, e dunque di un popolo. Anche per questo l’Italia sta andando a bagasce, fuori e dentro la metafora. Giuseppe Conte