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Molti sono stati i messaggi di solidarietà al commando giunti per posta, via fax o consegnati a mano. Quella che segue è una selezione dei più significativi.
Primo di Ottobre vi saluto teste di poeti in S. Croce Sì alla poesia dalle lunghe antenne spericolate! Mimmo Paladino
Messaggio per Giuseppe Conte da essere o non essere letto presso il sepolcro del Foscolo. Salve a te scheletro di poeta, al cuore tuo incartapecorito offro un pronto diseppellimento al suon dei nostri evviva!! (procedere o non procedere) Salve. Sandro Chia
A Giuseppe Conte e altri poeti italiani alla Chiesa della Santa Croce, Firenze: Per una vera rinascita e un nuovo Risorgimento mondiale della poesia! Laurence Ferlinghetti
L'intelligenza dell'artista è la stessa intelligenza che sta nel nocciolo di pesca, nel chicco di grano, nel seme di carota. È la vena che conduce ai diamanti, il cancro che produce la perla. È un dio quando crea il bello, un vate quando vede il vero - avventuriero dello spirito quando spazia oltre il confine. L'artista generoso sa guarire il cancro dell'avarizia quando si dona e ci da la sua parola, conduce. Brunnenburg, 20 sett.1994, Mary de Rachewiltz.
Giuseppe And all fellow-poets, who assemble at Santa Croce: May this gathering & the vision it engenders spark a new aeon of imagination a love-utopia convergence of abundance & joy throughout the earth in the "sign" of the circle dance. Diane Di Prima
Cher ami, la poésie est en péril. C'est déjà un fait incontestable et bien triste mais pas forcément inévitable. On lance des appels pour la sauvegarde des pandas mais aucun signal d'alarme n'est tiré pour la poésie qui, de nos jours, s'est quasiment retirée de notre société, une société de consommation et de média, d'objets et de bruitage. Les poètes, eux aussi, se laissent écarter de la vie sociale et leur création poétique devient une affaire personelle, tout comme on sebrosse les dents, ou un petit gâteau à goûter tout seul ou bien un poison à consumer dans un petit cercle d'amis, eux aussi poètes. L'homme tout puissant qui a crée la poésie, l'homme si faible qui la laisse s' éteindre ainsi. Comment s'en est ainsi périmée la poésie qui fut le cristal ou la gloire de la civilisation humaine? Mille causes à part. Je pense d'abord aux poètes: il leur manque le courage de dire non à la société, ni défi, ni action. C'est pourquoi je suis enthousiasmé d'appendre que vous, poètes du pays de Dante allets déclencher un mouvement pour le relèvement de la poésie. Ce serà un vrai défi contre cette société conformiste et contre le fétichisme. Que la poésie devienne une action insolite, même dans la rue; que la poésie se libère de la sémantique, de son autonomie textuelle qu'elle touche le rèel de notre existence et dise non à tout ce qui est réaliste et pragmatique! Je suis à ton côté, parmi vous, toi et tes amis poètes italiens. Gao Xingjian
Un plot, droit ciment avant la terre glaisa celle qui par le vol de la moitic de l'aube Sichera l'averse des torts, un plot sans lumière implosion figée. Cristian Boutemy
Elogio alla magia della poesia e della poesia della magia.
"Les voleurs s'en vont, les Muses nous ont réjoint" e con l'aiuto delle Muse possono riprendere i loro colori le anime di quegli uomini, che hanno saputo non vendersi per pochi denari. Mito? Sì, mitologia sogno irrazionale vissuto all'interiore per poter opporre al caos e alla violenza esterna immagini rassicuranti perché riconosciute ed elaborate nella loro metafora.
- Mago è colui che sa tradurre il vorrei in voglio. - Mago è colui a cui le Muse soffiano le idee destinate a realizzarsi attraverso la parola. - Mago è colui che, libero da attaccamenti, agisce dominando la materia. - Mago è colui che, conoscendo il passato e il futuro, vive il presente senza timore di non valere. - Mago è colui che affronta la sua ombra, la vede, la accetta e la domina. - Mago è colui che esiste in ogni luogo e trae linfa vitale da ogni zolla di terra. - Mago è colui che nasce e muore, ricordando di essere solo polvere. Per essere tale, l'uomo deve sapere, vivere, conoscere ogni parte di sè, accettare la debolezza della propria forza e la forza della propria debolezza. Non c'è infatti legame, silenzio o prigione che possa soffocare la forza che lo spinge verso la luce. L'ombra avvolge il nostro oggi? È per rendere più luminoso il domani dove le nostre idee realizzate nella luminosità dei fatti potranno essere simboli di libertà, vita e rinascita. Non ci sono spazi per noi che non vogliamo un'etichetta, un timbro, un numero? È per spingerci a varcare i limiti diffondendoci ovunque con i nostri ideali unici, diversi e veri. L'Italia magica della vita interiore, della reale comunicazione, della possibilità animica si risveglierà e dal Mito al Moderno un fiammante filo rosso si legherà a quello nero e a quello bianco formando un'unica rilucente treccia tricolore. Firenze, 1 ottobre 1994, Chicca Morone
Caro Conte, cari "eroici" amici, sono con Voi e tutto il mio animo arderebbe esserVi accanto nell'atto concreto di rivendicare il primato spirituale della poesia sopra le cose vacue del mondo. "Sol chi non lascia eredità d'affetti / poca gioia ha dell'urna...". Dal momento in cui varcherete la solia del sacro tempio di Santa Croce incomincerà la dura battaglia per difendere Omero e Dante, Milton e Foscolo, Eschilo e Alfieri, Shelley e D'Annunzio. Ma sarà solo l'inizio, mentre ancora amaramente osserviamo con collera ed indignazione la cultura italiana asservita e crollata in troppe miserie e cecità. Non abbiate paura degli snob e delle meretrici, che vi sputeranno adosso le loro sentenze "tanto intelligenti". Il mito è il futuro della coscienza intera della nostra umanità. "Uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai". L'eroe, attraverso la poesia, travalica il dolore della morte, mostra fieramente la propria gioiosa accettazione del destino, contagiando gli altri nell'emanare la serenità dell'energia divina. Onnipotente e giusto è il destino. E anche l' "Aiace" sofocleo poteva scegliere di fronte al dilemma della vita e della morte, perché possedeva un'incontaminata purezza, senza perciò farsi catturare dalla cosciente paura della fine. Cantate, dunque, oggi, primo ottobre 1994, azzerando il disfattismo nichilista di chi continua ad esaltare il cattivo gusto in nome di una presunta aderenza al quotidiano. "La Poesia rende amabile ogni cosa: esalta la bellezza di ciò che è bellissimo, e aggiunge bellezza a ciò che è più deforme..." Un abbraccio fraterno a Voi tutti, arditi capitani di questa spedizione libertaria, che di certo non resterà attimo senza seguito, bensì, ne sono sicurissimo, si trasformerà nei mesi a venire in una serie di azioni dell'inarrestabile "eroico commando". E così si immortalino le Vostre parole. Franco Manzoni
Il pensare, che i poeti conoscono, è un'esperienza che attraversa il pensatore, e che reclama ogni energia, ogni contenuto. Questo pensare libera i progetti, le cose, le parole dalla gabbia dell'utilità, libera la realtà e la consegna al destino, all'ordine che la realtà stessa, liberata, è. Il destinale svolgimento della realtà liberata è l'epos del pensare. Ecco i poeti, dunque, i pensatori più fedeli al Destino: sono i vasi di vino sacro, inavvicinabile per chi non desidera l'ebbrezza, la festa, Dioniso, per chi non viene in pace, in amicizia alla mensa degli dei, e al contrario vuole appropriarsi di ciò che non è e non può essere suo, della vita e della morte, per chi vorrebbe scambiare le potenze dell'essere come monete false, sempre false, e trarre un illusorio profitto da questo insensato commercio. Contro questo commercio che annienta la Democrazia, un Capitano leva la propria voce-di-vento a Firenze; viene sempre a liberare la poesia nel suo tempio. Marco Marangoni
Quando la costrizione, la "necessità" confina nella muta stanza della solitudine e del rigore, dell'osservazione speculare e spietata con un evento cade ogni giorno. Certo, un tempo, di lupi e di volpi, fuori, ancora; di cupo smarrimento, ogni possibile traccia dispersa; di inquietanti scenari dove sterili drammi si consumano nell'indifferenza di uno scorrere sazio e insensato di giorni. Che cosa scrutare all'orizzonte in una luce deserta, fredda, se non come l'annuncio di un inverno lunghissimo, stagione di infermità e carestia, vuoti i granai dopo annate di assai magri raccolti, nonostante l'abbondanza di prodighi "maestri". Bisogna che ciascuno, in una misura di "grazia", si riconosca " luogo" privilegiato in cui le risonanze, le "corrispondenze", le "somiglianze" possano trovare espressione prima della sparizione, cessato il loro fenomenico spettacolo. Occorre tentare, allora, una parola spinta al limite dell'impossibile, salvata dal frastuono, dalle asfittiche determinazioni del dicibile, dall'aridità desertica di una lingua afona; sforzarsi di dare voce a una "realtà naturale" altrimenti sopraffatta dall'avanzare dell'artificiale e dall'artificioso, perché sia possibile trovare riflessi nello sguardo, tornato umano, il disegno della foglia, della nuvola, la luce degli astri, le variazioni dei colori nel trascorrere delle stagioni, un rinnovato stupore del paesaggio del mondo. Nella consapevolezza ormai del "disastro", la scrittura può vivere soltanto nel tentativo-impegno di arrestare il rovinare delle cose del mondo, della vita verso l'oblio, di farle esistere in essa oltre la loro perdita di consistenza e di significato purché possano avere durata in un riacquistato candore di "grazia", come la prima, lontana impressione dell'immacolato biancore di neve che durasse fissata nella tenera, dolorosa memoria dell'infanzia. Antonio Di Mauro
Il vegliante abbandonò la città, la parola-simulacro, i corpi decomposti, le schegge vuote. Lasciate le rovine, attraverso sentieri tortuosi, s'avviò verso il Giardino, scrigno aromatico di nascosti messaggi. Qui iprofumi crepuscolari dell'occidente si fondevano con le delizie d'Oriente. Lo accolse il mirto e il grembo liquido di foglie. Ora che il terzo millennio è alle porte, disse l'angelo al vegliante, è giunto il momento di riappropriarti delle corde segrete del cosmo, della potenza evocativa del mito. Dopo il silenzio-rumore, le catastrofi, il sangue versato inutilmente, è ora di aspirare all'unità profonda con l'essere. Solo il linguaggio come epifania e trasfigurazione potrà disvelarti il magma della forma. Il tuo, continuò l'angelo, sarà sempre un viaggio nel pozzo dell'anima e la luce lunare ti guiderà verso la sorgente pura, verso il soffio etereo, respiro dell'Uno. Ricordati che la parola è simbolo, nostalgia sotterranea di gigli, sguardo dell'Oltre. E tu, disse l'angelo al vegliante, presto ritornerai tra gli uomini e insieme rifonderete il mondo col sogno, perché tu conosci il sublime e sai cos'è la bellezza e tutto il dolore degli esseri. Conosciuta la verità, rinvigorito lo spirito, prima di lasciare il Giardino, il vegliante gridò con fiato virile, tanto da scuotere animali e piante: "Adonis è risorto!". Carmelo Panebianco
Percorso all'anima. 1. Ma la poesia non ha un fine, aulico non resta tramite: tutto il percorso dell'anima, fa poesia, e vive in essa anche l'assenza cruda, una riconquista di privazione. 2. Se inciampo in nuvole, è perché al cielo ambisco, invano con nude braccia volo. Chi ci sostiene?, chi aiuta vero il decollo d'amore?, celeste gravità che non pesa... 3. Come quando improvviso ci nasce un verso, l'aria stessa se lo detta, bene sul cuore vorrebbe inciderlo, soffiarlo. Poi ti ci pensi, prendi la penna e scrivi piano: Amore. 4. Prega tacita con chi l'ascolta, una poesia. Riamarne in luce le ombre, ci conduce fuori... Fuori puri da noi, davanti al Mondo, ai peccati che Dio creò. 5. Eccoti, mia poesia: né estroversa né argomentata; rima il tuo nome al risveglio, il palpito al cuore: è muscolo di vita, e prima di scriversi pulsa il vivere. 6. Il Futuro felice, segreta speranza che non può esigersi... Chi sei? Da dove vieni? Per quale viaggio m'accompagni? Io in pongo l'essere, l'andare, il lungo viaggio fino a noi. 7. Non perde il bianco, non vince il nero, se dentro - nel bene - ci dipinge una Luce. Tavolozza di grazia mi decidi più limpido, tu che hai il buio e i colori. 8. Per sempre, per sempre. Chiedendoselo a ogni istante, rispondendoselo come un proclama: Per sempre. Ma qui, ora, comincia il Sempre, la fine ti chiede il suo inizio. 9. Sempre illusi diciamo. Sempre, giuriamo il T'amo - ma all'amore si arriva piano, l'Amore è in alto, maiuscolo, lontano. Dal sogno al viverlo, altro amore da compiere. Firenze, 1 ottobre 1994, Plinio Perilli.
L'ex corrigendo della casa di rieducazione di Firenze, che allora ascoltava la messa domenicale in Santa Croce, scortato e vigilato. Ora, saluta l'evento poetico/liberatorio del commando, che ha luogo in quello spesso passato. Egli ringrazia la poesia che smaschera ogni tirannica menzogna. Valentino Zeichen
Questo è il tempo della morte, Giuseppe, la morte che non è guerra tra nemici ma fucilate di cecchini, la morte dei traghetti che s'inabissano nel gelo pietrificando quelli che furono corpi, furono vivi. È il tempo accidioso del genocidio e del cataclisma, uomo e cosmo uniti nel gorgo che li cancella. Il tempo che scivola nelle nebbie di un mare senza rive e orizzonti, il tempo pomeridiano e ottuso che non conosce il dolore ma la sua assenza. Le parole dei vivi tremolano come foglie, perennemente ferme in un'oscillazione immobile. Questo non è il silenzio ma il suo vuoto, senza memoria e imbevuto in formalina. Prega il non tempo, prega la parola che appare da una pozzanghera e ti assale, prega chi incontri, la mano che stringe un ombrello, il pensionato che scivola nella frenata dell'autobus e ti si appoggia. Il tempo del vuoto genera fame di immagini, il tempo immobile desidera il movimento. Nel nome dei non più vivi, e nel nome di quelli che stanno nascendo, tra i morti e i nascenti nelle voci che chiamano prega la tua età, quella del tempo storico e la tua sprofonda nella solitudine di quella foglia, e l'acqua che la fece tremare un tempo, qui e ora, qui e per sempre. 28 settembre 1994, Roberto Mussapi.
Il dono senza volto. C'è una lacrima nascosta nel forziere più segreto, di un occhio, c'è un ricordo nascosto nelle più occulte primavere. È un esordio che si ripete in ogni ascolto, indefinibile, infinito, di quello che anche tu chiami la vita. Un dito fruga ancora su quell'occhio per rapire o nasconderne più a fondo?, il tesoro, qualcosa che non puoi né mostrare né forse dimostrare, il tocco più segreto che separa il discreto dall'indiscreto. È un'ala che s'alza spaventata da un balcone, una canzone appena mormorata, un refrain che solfeggia irripetibile sul volto dell'amata. Cosa ha tolto al discorso il suo indimostrabile rimorso di un perdono che non ha accompagnato il dono che la vita ha rivolto alla mano già protesa fino quasi a toccarlo, e poi ritratta a levare la lacrima dall'occhio smarrito, ma di chi? È ancora lì, è ancora mio quel dono, o di chi? Chi l'ha raccolto? Ma è terribile il dono senza volto. Voi che state ascoltando, portate i vostri fiori su quel luogo dove la vita e la morte si sono riconciliate. Non è una tomba il luogo della resurrezione, il luogo dove romba quel silenzio. Con amara dolcezza ricordate che è fatale il dono dell'oblio che non la morte riassale, ma lo sguardo ormai asciutto di un Dio fanciullo che ha guardato in viso Amore quasi fosse un frutto proibito. 15-20 settembre 1994, Piero Bigongiari.
Caro Conte, ho trovato in un passaggio da casa la tua lettera che mi avverte del tuo proponimento riguardo a Santa Croce e in genere alla testimonianza che vuoi dare della xxx poetica su ogni altra xxx del nostro xxx tempo. Spiritualmente sono con te. Ho terminato un nuovo viaggio ma credo di avere anche io contribuito all'affermazione che vuoi ora conclamare - e fai bene. Non ti sarà difficile immaginare che ti comprendo. Il 31 settembre e il 1 e 2 ottobre sarò a Corciano, vicino a Perugia, ma non ti perderò di vista. Affettuosamente. Firenze 23 settembre 1994, Mario Luzi.
Caro Giuseppe, in attesa che si sviluppi anche a Roma il gusto di nuovi riti culturali, mi sono recato con la mia scassatissima Renault 4 al Gianicolo, recitando brani del Tasso ma anche di Stendhal. In Trastevere ho bloccato la macchina a Piazza Mastai, dove nacque uno dei miei poeti preferiti, Guillaume Apollinaire. Ho visto il suo Spirito Nuovo trasformarsi in Paracleto e sono fuggito. Ho sfilato dinanzi alla statua del Belli per non sentirne gli insulti e ai Fori mi è tornata in mente la grande poesia latina, da Catullo a Orazio, zoccolante su quegli antichi pavimenti. Attraversando il Tevere mi sono ricordato che James lo chiamava "fosso". Intasato di memorie ho imboccato la strada per Ostia antica dove mi sono fermato nella casa di Apuleio. Di lì come non fare un salto a Fiumicino dove è stato ammazzato Pasolini e a Fregene dove c'era il casotto della Morante. Stanco e accaldato, ho rincasato promettendomi di ricominciare domani. Quanto alla politica, ho sognato, come la metà degli italiani, di strozzare Berlusconi, come nel '68 molti concupivano l'uccisione di Agnelli. Il sogno, come vedi, continua. tuo Renzo Paris
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