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Che cos'era il mare? Aveva code d'acqua e zampe d'acqua tra le rocce, levigava i ciottoli, faceva sigle di luce sulla sabbia: era profondo ma insensibile, si diceva, e celibe, individuale, sterile. In onde riottose o calme maree saliva e discendeva, circondava le terre, lui lunare, lui freddo, irriducibile nel suo votarsi al movimento e all'aridità. Le navi lo solcavano in lunghe scie. Ora si è persa la memoria delle tempeste e dei fari, dei velieri e dei transatlantici, dei naufraghi, dei carichi di porpora e di carbone, di Tiro, di Londra. Era profondo ma insensibile, si diceva, dimora delle conchiglie, delle famiglie dei pesci, estinte, ora: aveva fondali viscidi, crateri e alghe, e coralli. Tagliava i promontori, reggeva le isole. Giocava, lui muto, sprezzante, inservibile, felice nei suoi movimenti vitali (Giuseppe Conte, Che cos'era il mare)
Non ricordo l'ora, e neppure il giorno. Ricordo che era una di quelle giornate calde di metà luglio. Giuseppe Conte, il poeta, l'amico, mi guardò con sguardo serio, penetrante. Uno sguardo che presupponeva un momento solenne. Lo stavo osservando standogli di fronte, seduto davanti ad una tazza di the alla pesca fumante. - Devi provare - disse inzuppando un grissino alla cipolla nella tazza - è strano ma ti assicuro che ne vale la pena. Mi aveva preannunciato un'impresa storica, mi aveva convocato per avere la mia adesione e collaborazione ed invece era lì, sorridente, a puntarmi con un grissino alla cipolla in mano. - Fidati, è buono!! Provai e dovetti dargli ragione. Quel momento, tra i tanti condivisi con Giuseppe nei lunghi anni di amicizia mi è rimasto particolarmente impresso perché ha assunto un significato rituale, una sorta di patto di sangue per essere accolto in quello che soltanto diversi giorni più tardi sarebbe diventato il "Commando eroico". Giorni intensi scanditi da tanti incontri dal sapore veramente "clandestino": ci si incontrava all'ora di pranzo in spiaggia durante la quotidiana nuotata di Giuseppe. Incontri che, a pensarci bene, dovevano sembrare ben strani ai "normali" bagnanti: un individuo in canonica tenuta da spiaggia, con costume, asciugamano e ciabatte di gomma ed un altro, in tenuta estiva, sì, ma del tutto inadeguata al luogo: calzini, cravatta, ed accessori vari, compresa una vistosa borsa da lavoro. Incontri segnati dai miei orari di lavoro e dai suoi orari di ferie, in un incrociarsi che ogni giorno, ogni minuto, produceva e perfezionava idee per la riuscita di quello che ci si era prefissi. Il materiale su cui lavorare, dapprincipio, non era molto. Il primo problema fu concretizzare in azione alcune chiacchiere fatte in amicizia tra Giuseppe e Lamberto Garzia, poeta di Arma di Taggia. - Dobbiamo dare uno scossone al sistema dominante, "Lambert" è entusiasta, lui penserà a reclutare alcuni "capitani" fidati... poi servi tu e... pensavo a Max, potrà fare delle fotografie e dare una mano nella parte logistica. Ascoltavo ungendo le rotelle nella mia testa. Sapevo che i problemi da risolvere sarebbero stati molti, ma questo non mi impediva di andare avanti. A fine agosto la rosa dei partecipanti era praticamente pronta. I capitani ebbero modo di conoscersi durante la prima riunione a casa del poeta ispiratore: Lamberto Garzia, poeta; Tomaso Kemeny, poeta; Emanuele Bastiani, musicista; Roberto Orengo, musicista; Io, umorista; Max Mencarelli, fotografo; Adelio Valtorta, imprenditore. Mancava all'appello, giustificato, Marco De Carolis, professore. Fu una serata importante. Si discussero sino a tarda notte tutti i particolari dell'azione, prendendo in considerazione ogni possibile problema. Quella notte venne anche l'idea della Nave delle Anime, un recinto a forma di nave con il compito di risacralizzare il terreno calpestato dagli eroici capitani. Il recinto sarebbe stato realizzato con quattro cavalletti in legno smontabili che avrebbero dovuto reggere un semplice nastro da segnaletica stradale. Per la scena si decise anche di usare alcune splendide fotografie di scogli immortalati suggestivamente da Max. Sempre quella notte fu decisa la data dell'azione. Sapevamo sin dal principio il luogo: Santa Croce in Firenze. Decidemmo all'unanimità il giorno: 1 ottobre 1994. Intanto, come si dice, la gente mormora: i giornali nazionali cominciarono a fiutare qualcosa, alcuni tentarono di individuare qualche particolare che li indirizzasse sulle nostre tracce. Le richieste di adesione si moltiplicarono. Il tempo continuava a tenersi sul bello. Giuseppe continuava imperterrito i suoi bagni ormai post-estivi ed io continuavo ad incuriosire i bagnanti con i miei calzini, le mie cravatte e la mia borsa. Quando la data era ormai prossima facemmo un quadro definitivo della situazione: al nucleo originario di quello che ormai era il "commando" per antonomasia si sarebbero aggiunti: Leonardo Mello, Massimiliano Sacchi, Giancarlo Ferrari Treccate ed Edoardo Acotto, studenti universitari di Milano, che avrebbero formato, con Tomaso ed Adelio, il nucleo lombardo. A Firenze avremmo anche trovato Isabella Vincentini, critico letterario; Roberto Carifi e Renzo Paris, e Nicola Ponzio, tutti poeti. Giunse la fine di settembre, e la gente smise di guardarmi con curiosità anche se il mio abbigliamento variò di poco rispetto a tutta l'estate: la maglietta di cotone diventò di lana, la camicia divenne a maniche lunghe, la giacchetta di mezza stagione. Forse giovò il fatto che nel contempo Giuseppe smise di andare in giro in costume da bagno ed asciugamano e, soprattutto, che smettemmo di frequentare la spiaggia, ormai chiusa per ferie. E giunse il fatidico giorno. All'appuntamento ci presentammo tutti. Entusiasti per ciò che dovevamo compiere e bagnati da una pioggerella insistente che ci accolse nel traffico caotico di Firenze. La sera della vigilia, come tutte le vigilie sacre di cui si narri la storia con stile letterario, fu una sera tranquilla dedicata a Bacco e alle fiorentine, quelle di un chilo, non le rappresentanti di Venere. La notte scese sull'Arno e sulle nostre menti. Il sole ci accolse tesi e sorridenti. Pronti all'azione e carburati al punto giusto. Giungemmo presso Santa Croce pronti a portare a termine il piano. Il commando ligure con un fazzoletto giallo al collo, quello lombardo con un guanto bianco sulla mano destra, Tomaso Kemeny in divisa da capitano napoleonico. Risuonano ancora in me i rumori, gli scricchiolii delle scarpe che calpestavano il suolo della chiesa, piedi che zigzagavano tra altri piedi giapponesi, tedeschi, inglesi. Lampi di flash, bisbiglii di accordo, frusciare di fogli. Rumori che non facevano altro che sottolineare un silenzio quasi sacro, irreale. Silenzio rotto, davanti alla tomba del Foscolo, dalle note del flauto di Roberto e, subito dopo, dalle voci recitanti I Sepolcri. Un momento simbolico a cui non avremmo mai rinunciato e che aprì una giornata intensa vissuta sul sagrato della chiesa, davanti all'immensa piazza, davanti ad un pubblico interessato, che prendeva appunti, che faceva domande, davanti al professor Stefano Zecchi, gradito messaggero tra i tanti intervenuti, davanti alle anime dei poeti ed ai fantasmi di questa società che si incuriosisce davanti ad una cravatta in spiaggia e rimane indifferente davanti alla mancanza di ideali veri, davanti all'arte tutta.
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