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Molti sono stati i messaggi di solidarietà al commando giunti per posta, via fax o consegnati a mano. Quella che segue è una selezione dei più significativi.


Primo di Ottobre vi saluto teste di poeti in S. Croce
Sì alla poesia dalle lunghe antenne spericolate!
Mimmo Paladino


Messaggio
per Giuseppe Conte
da essere o non essere
letto presso il sepolcro
del Foscolo.
Salve a te
scheletro di poeta,
al cuore tuo incartapecorito
offro un pronto
diseppellimento
al suon dei
nostri evviva!!
(procedere o non procedere)
Salve.
Sandro Chia


A Giuseppe Conte e altri poeti italiani
alla Chiesa della Santa Croce, Firenze:
Per una vera rinascita e
un nuovo Risorgimento mondiale
della poesia!
Laurence Ferlinghetti


L'intelligenza dell'artista
è la stessa intelligenza
che sta nel nocciolo di pesca,
nel chicco di grano, nel seme
di carota. È la vena che conduce
ai diamanti, il cancro che produce
la perla. È un dio
quando crea il bello,
un vate quando vede il vero -
avventuriero dello spirito
quando spazia oltre il confine.
L'artista generoso sa guarire
il cancro dell'avarizia
quando si dona e ci da
la sua parola, conduce.
Brunnenburg, 20 sett.1994, Mary de Rachewiltz.

Giuseppe
And all fellow-poets, who assemble at Santa Croce:
May this gathering
& the vision it engenders
spark a new aeon
of imagination
a love-utopia
convergence of abundance & joy
throughout the earth
in the "sign"
of the circle dance.
Diane Di Prima


Cher ami,
la poésie est en péril. C'est déjà un fait incontestable et bien triste mais pas forcément inévitable.
On lance des appels pour la sauvegarde des pandas mais aucun signal d'alarme n'est tiré pour la poésie qui, de nos
jours, s'est quasiment retirée de notre société, une société de consommation et de média, d'objets et de bruitage.
Les poètes, eux aussi, se laissent écarter de la vie sociale et leur création poétique devient une affaire personelle, tout
comme on sebrosse les dents, ou un petit gâteau à goûter tout seul ou bien un poison à consumer dans un petit cercle
d'amis, eux aussi poètes.
L'homme tout puissant qui a crée la poésie, l'homme si faible qui la laisse s' éteindre ainsi.
Comment s'en est ainsi périmée la poésie qui fut le cristal ou la gloire de la civilisation humaine?
Mille causes à part. Je pense d'abord aux poètes: il leur manque le courage de dire non à la société, ni défi, ni action.
C'est pourquoi je suis enthousiasmé d'appendre que vous, poètes du pays de Dante allets déclencher un mouvement
pour le relèvement de la poésie.
Ce serà un vrai défi contre cette société conformiste et contre le fétichisme.
Que la poésie devienne une action insolite, même dans la rue;
que la poésie se libère de la sémantique, de son autonomie textuelle qu'elle touche le rèel de notre existence et dise
non à tout ce qui est réaliste et pragmatique!
Je suis à ton côté, parmi vous, toi et tes amis poètes italiens.
Gao Xingjian

Un plot, droit ciment
avant la terre glaisa
celle qui par le vol
de la moitic de l'aube
Sichera l'averse des torts,
un plot sans lumière
implosion figée.
Cristian Boutemy 


Elogio alla magia della poesia e della poesia della magia.

"Les voleurs s'en vont, les Muses nous ont réjoint" e con l'aiuto delle Muse possono riprendere i loro colori le anime di quegli uomini, che hanno saputo non vendersi per pochi denari. Mito? Sì, mitologia sogno irrazionale vissuto all'interiore per poter opporre al caos e alla violenza esterna immagini rassicuranti perché riconosciute ed elaborate nella loro metafora.

- Mago è colui che sa tradurre il vorrei in voglio.
- Mago è colui a cui le Muse soffiano le idee destinate a realizzarsi attraverso la parola.
- Mago è colui che, libero da attaccamenti, agisce dominando la materia.
- Mago è colui che, conoscendo il passato e il futuro, vive il presente senza timore di non valere.
- Mago è colui che affronta la sua ombra, la vede, la accetta e la domina.
- Mago è colui che esiste in ogni luogo e trae linfa vitale da ogni zolla di terra.
- Mago è colui che nasce e muore, ricordando di essere solo polvere.
Per essere tale, l'uomo deve sapere, vivere, conoscere ogni parte di sè, accettare la debolezza della propria forza e la forza della propria debolezza.
Non c'è infatti legame, silenzio o prigione che possa soffocare la forza che lo spinge verso la luce.
L'ombra avvolge il nostro oggi?
È per rendere più luminoso il domani dove le nostre idee realizzate nella luminosità dei fatti potranno essere simboli di libertà, vita e rinascita.
Non ci sono spazi per noi che non vogliamo un'etichetta, un timbro, un numero?
È per spingerci a varcare i limiti diffondendoci ovunque con i nostri ideali unici, diversi e veri.
L'Italia magica della vita interiore, della reale comunicazione, della possibilità animica si risveglierà e dal Mito al Moderno un fiammante filo rosso si legherà a quello nero e a quello bianco formando un'unica rilucente treccia tricolore.
Firenze, 1 ottobre 1994, Chicca Morone 


Caro Conte, cari "eroici" amici,
sono con Voi e tutto il mio animo arderebbe esserVi accanto nell'atto concreto di rivendicare il primato spirituale della poesia sopra le cose vacue del mondo. "Sol chi non lascia eredità d'affetti / poca gioia ha dell'urna...". Dal momento in cui varcherete la solia del sacro tempio di Santa Croce incomincerà la dura battaglia per difendere Omero e Dante, Milton e Foscolo, Eschilo e Alfieri, Shelley e D'Annunzio.
Ma sarà solo l'inizio, mentre ancora amaramente osserviamo con collera ed indignazione la cultura italiana asservita e crollata in troppe miserie e cecità. Non abbiate paura degli snob e delle meretrici, che vi sputeranno adosso le loro sentenze "tanto intelligenti". Il mito è il futuro della coscienza intera della nostra umanità. "Uom, se' tu grande, o vil? Muori, e il saprai". L'eroe, attraverso la poesia, travalica il dolore della morte, mostra fieramente la propria gioiosa accettazione del destino, contagiando gli altri nell'emanare la serenità dell'energia divina.
Onnipotente e giusto è il destino. E anche l' "Aiace" sofocleo poteva scegliere di fronte al dilemma della vita e della morte, perché possedeva un'incontaminata purezza, senza perciò farsi catturare dalla cosciente paura della fine. Cantate, dunque, oggi, primo ottobre 1994, azzerando il disfattismo nichilista di chi continua ad esaltare il cattivo gusto in nome di una presunta aderenza al quotidiano. "La Poesia rende amabile ogni cosa: esalta la bellezza di ciò che è bellissimo, e aggiunge bellezza a ciò che è più deforme..."
Un abbraccio fraterno a Voi tutti, arditi capitani di questa spedizione libertaria, che di certo non resterà attimo senza seguito, bensì, ne sono sicurissimo, si trasformerà nei mesi a venire in una serie di azioni dell'inarrestabile "eroico commando". E così si immortalino le Vostre parole.
Franco Manzoni

Il pensare, che i poeti conoscono, è un'esperienza che attraversa il pensatore, e che reclama ogni energia, ogni contenuto. Questo pensare libera i progetti, le cose, le parole dalla gabbia dell'utilità, libera la realtà e la
consegna al destino, all'ordine che la realtà stessa, liberata, è. Il destinale svolgimento della realtà liberata è l'epos del pensare.
Ecco i poeti, dunque, i pensatori più fedeli al Destino: sono i vasi di vino sacro, inavvicinabile per chi non desidera l'ebbrezza, la festa, Dioniso, per chi non viene in pace, in amicizia alla mensa degli dei, e al contrario vuole appropriarsi di ciò che non è e non può essere suo, della vita e della morte, per chi vorrebbe scambiare le potenze dell'essere come monete false, sempre false, e trarre un illusorio profitto da questo insensato commercio.
Contro questo commercio che annienta la Democrazia, un Capitano leva la propria voce-di-vento a Firenze; viene sempre a liberare la poesia nel suo tempio.
Marco Marangoni

Quando la costrizione, la "necessità" confina nella muta stanza della solitudine e del rigore, dell'osservazione speculare e spietata con un evento cade ogni giorno.
Certo, un tempo, di lupi e di volpi, fuori, ancora; di cupo smarrimento, ogni possibile traccia dispersa; di inquietanti scenari dove sterili drammi si consumano nell'indifferenza di uno scorrere sazio e insensato di giorni.
Che cosa scrutare all'orizzonte in una luce deserta, fredda, se non come l'annuncio di un inverno lunghissimo, stagione di infermità e carestia, vuoti i granai dopo annate di assai magri raccolti, nonostante l'abbondanza di prodighi "maestri".
Bisogna che ciascuno, in una misura di "grazia", si riconosca " luogo" privilegiato in cui le risonanze, le "corrispondenze", le "somiglianze" possano trovare espressione prima della sparizione, cessato il loro fenomenico
spettacolo. Occorre tentare, allora, una parola spinta al limite dell'impossibile, salvata dal frastuono, dalle asfittiche determinazioni del dicibile, dall'aridità desertica di una lingua afona; sforzarsi di dare voce a una "realtà naturale" altrimenti sopraffatta dall'avanzare dell'artificiale e dall'artificioso, perché sia possibile trovare riflessi nello sguardo, tornato umano, il disegno della foglia, della nuvola, la luce degli astri, le variazioni dei colori nel trascorrere delle stagioni, un rinnovato stupore del paesaggio del mondo.
Nella consapevolezza ormai del "disastro", la scrittura può vivere soltanto nel tentativo-impegno di arrestare il rovinare delle cose del mondo, della vita verso l'oblio, di farle esistere in essa oltre la loro perdita di consistenza e di significato purché possano avere durata in un riacquistato candore di "grazia", come la prima, lontana impressione dell'immacolato biancore di neve che durasse fissata nella tenera, dolorosa memoria dell'infanzia.
Antonio Di Mauro

Il vegliante abbandonò la città, la parola-simulacro, i corpi decomposti, le schegge vuote.
Lasciate le rovine, attraverso sentieri tortuosi, s'avviò verso il Giardino, scrigno aromatico di nascosti messaggi. Qui iprofumi crepuscolari dell'occidente si fondevano con le delizie d'Oriente. Lo accolse il mirto e il grembo liquido di foglie.
Ora che il terzo millennio è alle porte, disse l'angelo al vegliante, è giunto il momento di riappropriarti delle corde segrete del cosmo, della potenza evocativa del mito. Dopo il silenzio-rumore, le catastrofi, il sangue versato inutilmente, è ora di aspirare all'unità profonda con l'essere. Solo il linguaggio come epifania e trasfigurazione potrà disvelarti il magma della
forma.
Il tuo, continuò l'angelo, sarà sempre un viaggio nel pozzo dell'anima e la luce lunare ti guiderà verso la sorgente pura, verso il soffio etereo, respiro dell'Uno. Ricordati che la parola è simbolo, nostalgia sotterranea di gigli, sguardo dell'Oltre.
E tu, disse l'angelo al vegliante, presto ritornerai tra gli uomini e insieme rifonderete il mondo col sogno, perché tu conosci il sublime e sai cos'è la bellezza e tutto il dolore degli esseri.
Conosciuta la verità, rinvigorito lo spirito, prima di lasciare il Giardino, il vegliante gridò con fiato virile, tanto da scuotere animali e piante: "Adonis è risorto!".
Carmelo Panebianco

Percorso all'anima.
1.
Ma la poesia non ha un fine, aulico non resta tramite:
tutto il percorso dell'anima, fa poesia, e vive in essa
anche l'assenza cruda, una riconquista di privazione.
2.
Se inciampo in nuvole, è perché al cielo ambisco, invano
con nude braccia volo. Chi ci sostiene?, chi aiuta
vero il decollo d'amore?, celeste gravità che non pesa...
3.
Come quando improvviso ci nasce un verso, l'aria stessa
se lo detta, bene sul cuore vorrebbe inciderlo, soffiarlo.
Poi ti ci pensi, prendi la penna e scrivi piano: Amore.
4.
Prega tacita con chi l'ascolta, una poesia. Riamarne
in luce le ombre, ci conduce fuori... Fuori puri
da noi, davanti al Mondo, ai peccati che Dio creò.
5.
Eccoti, mia poesia: né estroversa né argomentata;
rima il tuo nome al risveglio, il palpito al cuore:
è muscolo di vita, e prima di scriversi pulsa il vivere.
6.
Il Futuro felice, segreta speranza che non può esigersi...
Chi sei? Da dove vieni? Per quale viaggio m'accompagni?
Io in pongo l'essere, l'andare, il lungo viaggio fino a noi.
7.
Non perde il bianco, non vince il nero, se dentro
- nel bene - ci dipinge una Luce. Tavolozza di grazia
mi decidi più limpido, tu che hai il buio e i colori.
8.
Per sempre, per sempre. Chiedendoselo a ogni istante,
rispondendoselo come un proclama: Per sempre. Ma qui,
ora, comincia il Sempre, la fine ti chiede il suo inizio.
9.
Sempre illusi diciamo. Sempre, giuriamo il T'amo - ma
all'amore si arriva piano, l'Amore è in alto, maiuscolo,
lontano. Dal sogno al viverlo, altro amore da compiere.
Firenze, 1 ottobre 1994, Plinio Perilli.

L'ex corrigendo della casa di rieducazione di Firenze, che allora ascoltava la messa domenicale in Santa Croce, scortato e vigilato. Ora, saluta l'evento poetico/liberatorio del commando, che ha luogo in quello spesso passato. Egli ringrazia la poesia che smaschera ogni tirannica menzogna.
Valentino Zeichen

Questo è il tempo della morte, Giuseppe,
la morte che non è guerra tra nemici ma fucilate di cecchini,
la morte dei traghetti che s'inabissano nel gelo
pietrificando quelli che furono corpi, furono vivi.
È il tempo accidioso del genocidio e del cataclisma,
uomo e cosmo uniti nel gorgo che li cancella.
Il tempo che scivola nelle nebbie di un mare senza rive e orizzonti,
il tempo pomeridiano e ottuso
che non conosce il dolore ma la sua assenza.
Le parole dei vivi tremolano come foglie,
perennemente ferme in un'oscillazione immobile.
Questo non è il silenzio ma il suo vuoto,
senza memoria e imbevuto in formalina.
Prega il non tempo, prega la parola
che appare da una pozzanghera e ti assale,
prega chi incontri, la mano che stringe un ombrello,
il pensionato che scivola nella frenata dell'autobus e ti si appoggia.
Il tempo del vuoto genera fame di immagini,
il tempo immobile desidera il movimento.
Nel nome dei non più vivi,
e nel nome di quelli che stanno nascendo,
tra i morti e i nascenti nelle voci che chiamano
prega la tua età, quella del tempo storico e la tua
sprofonda nella solitudine di quella foglia,
e l'acqua che la fece tremare un tempo,
qui e ora, qui e per sempre.
28 settembre 1994, Roberto Mussapi.

Il dono senza volto.
C'è una lacrima nascosta nel forziere
più segreto, di un occhio, c'è un ricordo
nascosto nelle più occulte primavere.
È un esordio che si ripete in ogni
ascolto, indefinibile, infinito,
di quello che anche tu chiami la vita.
Un dito fruga ancora su quell'occhio
per rapire o nasconderne più a fondo?,
il tesoro, qualcosa che non puoi
né mostrare né forse dimostrare,
il tocco più segreto che separa
il discreto dall'indiscreto.
È un'ala
che s'alza spaventata da un balcone,
una canzone appena mormorata,
un refrain che solfeggia irripetibile
sul volto dell'amata. Cosa ha tolto
al discorso il suo indimostrabile
rimorso di un perdono che non ha
accompagnato il dono che la vita
ha rivolto alla mano già protesa
fino quasi a toccarlo, e poi ritratta
a levare la lacrima dall'occhio
smarrito, ma di chi?
È ancora lì,
è ancora mio quel dono, o di chi?
Chi l'ha raccolto? Ma è terribile
il dono senza volto. Voi che state
ascoltando, portate i vostri fiori
su quel luogo dove la vita e
la morte si sono riconciliate.
Non è una tomba il luogo della resurrezione,
il luogo dove romba quel silenzio.
Con amara dolcezza ricordate
che è fatale il dono dell'oblio
che non la morte riassale, ma
lo sguardo ormai asciutto di un Dio
fanciullo che ha guardato in viso Amore
quasi fosse un frutto proibito.
15-20 settembre 1994, Piero Bigongiari.

Caro Conte,
ho trovato in un passaggio da casa la tua lettera che mi avverte del tuo proponimento riguardo a Santa Croce e in genere alla testimonianza che vuoi dare della xxx poetica su ogni altra xxx del nostro xxx tempo.
Spiritualmente sono con te. Ho terminato un nuovo viaggio ma credo di avere anche io contribuito all'affermazione che vuoi ora conclamare - e fai bene. Non ti sarà difficile immaginare che ti comprendo.
Il 31 settembre e il 1 e 2 ottobre sarò a Corciano, vicino a Perugia, ma non ti perderò di vista. Affettuosamente.
Firenze 23 settembre 1994, Mario Luzi.

Caro Giuseppe,
in attesa che si sviluppi anche a Roma il gusto di nuovi riti culturali, mi sono recato con la mia scassatissima Renault 4 al Gianicolo, recitando brani del Tasso ma anche di Stendhal. In Trastevere ho bloccato la macchina a Piazza Mastai, dove nacque uno dei miei poeti preferiti, Guillaume Apollinaire. Ho visto il suo Spirito Nuovo trasformarsi in Paracleto e sono fuggito. Ho sfilato dinanzi alla statua del Belli per non sentirne gli insulti e ai Fori mi è tornata in mente la grande poesia latina, da Catullo a Orazio, zoccolante su quegli antichi pavimenti. Attraversando il Tevere mi sono ricordato che James lo chiamava "fosso". Intasato di memorie ho imboccato la strada per Ostia antica dove mi sono fermato nella casa di Apuleio. Di lì come non fare un salto a Fiumicino dove è stato ammazzato Pasolini e a Fregene dove c'era il casotto della Morante. Stanco e accaldato, ho rincasato promettendomi di ricominciare domani. Quanto alla politica, ho sognato, come la metà degli italiani, di strozzare Berlusconi, come nel '68 molti concupivano l'uccisione di Agnelli.
Il sogno, come vedi, continua.
tuo Renzo Paris

 

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Che cos'era il mare?
Aveva code d'acqua e zampe d'acqua tra le
rocce, levigava i ciottoli, faceva
sigle di luce sulla sabbia: era
profondo ma insensibile, si diceva, e
celibe, individuale, sterile.
In onde riottose o calme
maree saliva e discendeva, circondava
le terre, lui lunare, lui freddo, irriducibile
nel suo votarsi al movimento e all'aridità.
Le navi lo solcavano in lunghe scie.
Ora si è persa la memoria delle tempeste
e dei fari, dei velieri e dei transatlantici, dei
naufraghi, dei carichi di porpora e
di carbone, di Tiro, di Londra.
Era profondo ma insensibile, si diceva, dimora
delle conchiglie, delle famiglie dei
pesci, estinte, ora: aveva fondali viscidi, crateri e
alghe, e coralli.
Tagliava i promontori, reggeva le isole.
Giocava, lui muto, sprezzante, inservibile,
felice nei suoi movimenti
vitali
(Giuseppe Conte, Che cos'era il mare)


Non ricordo l'ora, e neppure il giorno.
Ricordo che era una di quelle giornate calde di metà luglio.
Giuseppe Conte, il poeta, l'amico, mi guardò con sguardo serio, penetrante.
Uno sguardo che presupponeva un momento solenne.
Lo stavo osservando standogli di fronte, seduto davanti ad una tazza di the alla pesca fumante.
- Devi provare - disse inzuppando un grissino alla cipolla nella tazza - è strano ma ti assicuro che ne vale la pena.
Mi aveva preannunciato un'impresa storica, mi aveva convocato per avere la mia adesione e collaborazione ed invece era lì, sorridente, a puntarmi con un grissino alla cipolla in mano.
- Fidati, è buono!!
Provai e dovetti dargli ragione.
Quel momento, tra i tanti condivisi con Giuseppe nei lunghi anni di amicizia mi è rimasto particolarmente impresso perché ha assunto un significato rituale, una sorta di patto di sangue per essere accolto in quello che soltanto diversi giorni più tardi sarebbe diventato il "Commando eroico".
Giorni intensi scanditi da tanti incontri dal sapore veramente "clandestino": ci si incontrava all'ora di pranzo in spiaggia durante la quotidiana nuotata di Giuseppe.
Incontri che, a pensarci bene, dovevano sembrare ben strani ai "normali" bagnanti: un individuo in canonica tenuta da spiaggia, con costume, asciugamano e ciabatte di gomma ed un altro, in tenuta estiva, sì, ma del tutto inadeguata al luogo: calzini, cravatta, ed accessori vari, compresa una vistosa borsa da lavoro.
Incontri segnati dai miei orari di lavoro e dai suoi orari di ferie, in un incrociarsi che ogni giorno, ogni minuto, produceva e perfezionava idee per la riuscita di quello che ci si era prefissi.
Il materiale su cui lavorare, dapprincipio, non era molto.
Il primo problema fu concretizzare in azione alcune chiacchiere fatte in amicizia tra Giuseppe e Lamberto Garzia, poeta di Arma di Taggia.
- Dobbiamo dare uno scossone al sistema dominante, "Lambert" è entusiasta, lui penserà a reclutare alcuni "capitani" fidati... poi servi tu e... pensavo a Max, potrà fare delle fotografie e dare una mano nella parte logistica.
Ascoltavo ungendo le rotelle nella mia testa. Sapevo che i problemi da risolvere sarebbero stati molti, ma questo non mi impediva di andare avanti.
A fine agosto la rosa dei partecipanti era praticamente pronta.
I capitani ebbero modo di conoscersi durante la prima riunione a casa del poeta ispiratore: Lamberto Garzia, poeta; Tomaso Kemeny, poeta; Emanuele Bastiani, musicista; Roberto Orengo, musicista; Io, umorista; Max Mencarelli, fotografo; Adelio Valtorta, imprenditore.
Mancava all'appello, giustificato, Marco De Carolis, professore.
Fu una serata importante. Si discussero sino a tarda notte tutti i particolari dell'azione, prendendo in considerazione ogni possibile problema.
Quella notte venne anche l'idea della Nave delle Anime, un recinto a forma di nave con il compito di risacralizzare il terreno calpestato dagli eroici capitani.
Il recinto sarebbe stato realizzato con quattro cavalletti in legno smontabili che avrebbero dovuto reggere un semplice nastro da segnaletica stradale.
Per la scena si decise anche di usare alcune splendide fotografie di scogli immortalati suggestivamente da Max.
Sempre quella notte fu decisa la data dell'azione. Sapevamo sin dal principio il luogo: Santa Croce in Firenze.
Decidemmo all'unanimità il giorno: 1 ottobre 1994.
Intanto, come si dice, la gente mormora: i giornali nazionali cominciarono a fiutare qualcosa, alcuni tentarono di individuare qualche particolare che li indirizzasse sulle nostre tracce.
Le richieste di adesione si moltiplicarono. Il tempo continuava a tenersi sul bello. Giuseppe continuava imperterrito i suoi bagni ormai post-estivi ed io continuavo ad incuriosire i bagnanti con i miei calzini, le mie cravatte e la mia borsa.
Quando la data era ormai prossima facemmo un quadro definitivo della situazione: al nucleo originario di quello che ormai era il "commando" per antonomasia si sarebbero aggiunti: Leonardo Mello, Massimiliano Sacchi, Giancarlo Ferrari Treccate ed Edoardo Acotto, studenti universitari di Milano, che avrebbero formato, con Tomaso ed Adelio, il nucleo lombardo.
A Firenze avremmo anche trovato Isabella Vincentini, critico letterario; Roberto Carifi e Renzo Paris, e Nicola Ponzio, tutti poeti.
Giunse la fine di settembre, e la gente smise di guardarmi con curiosità anche se il mio abbigliamento variò di poco rispetto a tutta l'estate: la maglietta di cotone diventò di lana, la camicia divenne a maniche lunghe, la giacchetta di mezza stagione.
Forse giovò il fatto che nel contempo Giuseppe smise di andare in giro in costume da bagno ed asciugamano e, soprattutto, che smettemmo di frequentare la spiaggia, ormai chiusa per ferie.
E giunse il fatidico giorno. All'appuntamento ci presentammo tutti. Entusiasti per ciò che dovevamo compiere e bagnati da una pioggerella insistente che ci accolse nel traffico caotico di Firenze.
La sera della vigilia, come tutte le vigilie sacre di cui si narri la storia con stile letterario, fu una sera tranquilla dedicata a Bacco e alle fiorentine, quelle di un chilo, non le rappresentanti di Venere.
La notte scese sull'Arno e sulle nostre menti.
Il sole ci accolse tesi e sorridenti. Pronti all'azione e carburati al punto giusto. Giungemmo presso Santa Croce pronti a portare a termine il piano.
Il commando ligure con un fazzoletto giallo al collo, quello lombardo con un guanto bianco sulla mano destra, Tomaso Kemeny in divisa da capitano napoleonico.
Risuonano ancora in me i rumori, gli scricchiolii delle scarpe che calpestavano il suolo della chiesa, piedi che zigzagavano tra altri piedi giapponesi, tedeschi, inglesi.
Lampi di flash, bisbiglii di accordo, frusciare di fogli.
Rumori che non facevano altro che sottolineare un silenzio quasi sacro, irreale.
Silenzio rotto, davanti alla tomba del Foscolo, dalle note del flauto di Roberto e, subito dopo, dalle voci recitanti I Sepolcri.
Un momento simbolico a cui non avremmo mai rinunciato e che aprì una giornata intensa vissuta sul sagrato della chiesa, davanti all'immensa piazza, davanti ad un pubblico interessato, che prendeva appunti, che faceva domande, davanti al professor Stefano Zecchi, gradito messaggero tra i tanti intervenuti, davanti alle anime dei poeti ed ai fantasmi di questa società che si incuriosisce davanti ad una cravatta in spiaggia e rimane indifferente davanti alla mancanza di ideali veri, davanti all'arte tutta.

 

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Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, siamo qui a Santa Croce per riaffermare il primato della poesia: dove meglio che qui, nella città di Dante, davanti alle tombe di Alfieri e Foscolo?

Non abbiamo altre armi che il linguaggio, i simboli, la forza dello spirito.

Ma si spiritus pro nobis, quis contra nos?

Lo spirito, l'energia spirituale. In Italia è esistita una classe politica e intellettuale che ha commesso dei veri e propri crimini contro lo spirito, e che va giudicata, processata e bandita innanzi tutto per quello.

"Il dott, il ricco ed il patrizio vulgo" descriveva così Foscolo la classe dirigente dei suoi tempi. Non molto è cambiato: ed ecco uomini di cultura che hanno ridotto la cultura a gioco, moda, ricamo, idiozia, esibizionismo; che hanno diffuso, nei casi migliori, una cultura senza fede, senza valori, incapaci di slanci generosi, di avventure spirituali. Ed ecco politicanti senza dirittura, senza tensione etica, senza spinta ideale, che hanno ridotto la politica a baratto, sopraffazione, scandalo, corruzione, insozzando il termine stesso di democrazia e di repubblica. Ed ecco una borghesia indebolita, instupidita, involgarita, tutta sponsor e spot, diventata la meno civile e colta d'Europa.

Avevamo sperato che dalla caduta nel fango della prima repubblica nascesse il nuovo. Lo aspettiamo ancora. La poesia contiene la verità del futuro e del sogno. Aspettiamo, Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, di vedere la democrazia rinnovata nella carne e nel sangue, la repubblica riprendere le sue virtù, il rigore, l'orgoglio, la dedizione, il sacrificio. Dal fango della prima repubblica molti ranocchi sono saltati sulle sponde della seconda che deve ancora nascere. I ranocchi che gracidano più forte fanno i ministri. C'è il Ranocchio Paffuto Abrogatore, quello che vuole abolire

i Licei, e che la poesia qui dichiara e solennemente ribattezza Batrace Minchione.

Il ranocchio più grosso fa il ministro portaparola: è il Rospo Megafono Schizomorfo, nemico mortale della poesia, che ha trasferito a destra l'atteggiamento mentale della sinistra borghese cinica e nichilista: niente vale niente, tutto è vero e il contrario di tutto, universale è la spazzatura.

Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, la poesia non è "contro", voi lo sapete, la poesia è "per". La poesia sogna, inventa, crea il futuro, da capo e di nuovo.

La poesia è per una cultura che ritrovi la propria energia spirituale, larghezza di orizzonti, libertà da ogni dogma e da ogni moda, gusto dell'avventura individuale, e gioia insurrezionale.

Per una politica in cui l'Italia rinasca, ritrovi identità e grandezza.

VITTORIO ALFIERI ci insegni la fierezza individuale, anarchica e combattiva, la fede nella forza di palingenesi della poesia.

UGO FOSCOLO ci insegni a tornare al culto delle memorie e dei miti, della storia e della bellezza.

GABRIELE D'ANNUNZIO ci insegni che la poesia, il suo nobile sogno, può ambire a tenere una città come lui tenne Fiume, con ministri che erano poeti venuti dal Giappone o dal Belgio, con una Costituzione, la Carta del carnaro, che è un capolavoro di ordine spirituale e di libertà. Si spiritua pro nobis, quis contra nos?

Ma noi sappiamo che l'Italia che rinasce non può non allargare le braccia al Mondo!

All'America di WALT WHITMAN, alla sua democrazia immensa e carnale, naturale e cosmica. Sappiamo che Vittorio Alfieri ebbe in mente di fondare qui a Firenze un ordine cavalleresco, i Cavalieri dell'Ordine di Omero: chi potrebbe a miglior diritto farne parte di Whitman, o nel nostro secolo di BORGES e di JUNGER? a lui indirizzo un saluto reverente, che queste parole arrivino sino a Wilflingen.

L'Italia si apre ai continenti! Allarga le braccia verso l'Africa e l'Asia, da dove viene la parola inflessibile dell'Islam, e quella modulata e flessibilissima del Buddhismo o del Taoismo.

La poesia è "per": per una concezione eroica e spirituale della politica, ma che abbia coscienza del primato della libertà e della pietà.

Per rifare la tempra, il nerbo degli italiani.

Non abbiamo più eroi. Quando ho cercato eroi per cantarli, sono dovuto andare lontano, verso uno dei pulsanti cuori cattolici d'Europa, in Irlanda, e ho trovato il Bobby Sands, suicida per sciopero della fame nel carcere di Mazein Ulster, nella primavera del 1981, eroe della libertà, del sacrificio, della dignità umana, che sia benedetto il suo nome.

La poesia per riaffermare il suo valore oggi è in rivolta. Siamo qui a Santa Croce a lanciare una sfida . Siamo pochi, senza sponsor, come si dice orribilmente oggi in un paese dove sembra necessario lo sponsor anche per respirare, ma con una passione di fuoco, e il fuoco si propagherà. Ci sono arrivati messaggi diversi, toccanti, insperati.

Capitani, poeti, Cittadini del glorioso Comune di Firenze, le nostre armi sono il linguaggio, i simboli, la forza dello spirito.

Se è detto che la poesia sia sconfitta, che lotti al meno e affermi, della sconfitta, l'inalienabile nobiltà.

Sia gloria alla poesia, per sempre gloria.

© 2015 Giuseppe Conte

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