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[I personaggi dei romanzi futuri  è uscito in traduzione inglese con il titolo di Angelina's lips, Toronto-Buffalo-Lancaster, 2011, traduzione di Robert Buranello,]

Dovuto a Mark Axelrod.

Da qualche parte, nella sua giovinezza moderatamente hippie, Umberto Umber aveva letto che la California è al fondo di un piano inclinato, e che tutto quello che non ha radici vi rotola. Arrivato a una età più che matura, e sentendosi sempre e totalmente privo di attaccamento  a  qualunque cosa, piuttosto che rotolarvi aveva preferito scivolare tranquillamente  in California con un incarico in una Università   e prendendo casa a Laguna Beach. Dove , a distanza di migliaia e migliaia di chilometri,   sembra di essere in una Costa Azzurra più estesa e più tranquilla.

Il Professor Umber non aveva legami con niente di reale. Era italiano anche se in Italia il  nome lo faceva scambiare spesso per straniero, e , in patria e all’estero, non c’era collega  che non scherzasse con lui sulla strana assonanza tra il suo nome e quello del protagonista di un celeberrimo romanzo del XX secolo. Lui sorrideva paziente osservando che gli sarebbero occorse due acca e una ti in più per essere davvero omonimo del personaggio di Lolita, e aggiungeva con un’occhiata maliziosa che per di più le ninfette non gli erano mai piaciute.

Ed era vero. Nessuna sua allieva lo aveva mai tentato. Non aveva mai avuto amanti . Era stato sposato con una donna energica e volitiva, un’ avvocato che guadagnava dieci volte più di lui. Il matrimonio era finito dopo qualche anno, così dolcemente che non si ricordava neppure più il perché. Pensava di essere stato fortunato, sapeva bene , dai casi di tanti colleghi,  a quali rovine psichiche e finanziarie un divorzio può condurre. Non aveva nessuna proprietà. I genitori, che aveva perduto presto, gli avevano lasciato un appartamento e qualche pacchetto di azioni. Lui aveva venduto tutto. Dopo il divorzio, aveva affittato sempre appartamenti ammobiliati, riducendo all’osso gli oggetti da trasportare a ogni trasloco. Gli bastavano due vani, se erano su un porto ancora meglio.

Era  professore di letteratura comparata, i libri che gli servivano per il suo lavoro li trovava nelle biblioteche delle diverse Università che lo incaricavano di tenere  corsi. Così Umberto Umber si spostava leggero come una piuma. Anche il suo guardaroba era essenziale. Poche giacche , tante T-shirt e camicie, jeans, mocassini. In California gli bastava quello.

Stava a Laguna Beach, in collina, su quella collina che gli incendi periodicamente devastano, ma a una   distanza ragionevole, che poteva coprire comodamente con una passeggiata,  dalla spiaggia di sabbia fine e color avorio di fronte all’Oceano aperto. Aveva conservato abitudini europee, al mattino scendeva a fare colazione in un caffè, beveva cappuccino con un muffin o un croissant e intanto sfogliava  il Los Angeles Times in cerca di notizie curiose. La sera cenava spesso in un ristorante dove oramai i camerieri lo conoscevano e lo salutavano con una stretta di mano cordiale quando entrava e quando usciva, dopo aver mangiato qualche copiosa insalata di gamberi o di tacchino accompagnata da un bicchiere di vino rosso.

Era un uomo la cui vita non stava a cuore a nessuno. Non c’era una donna che lo amasse, né lui sentiva il bisogno che ci fosse. Aveva allievi e allieve, ma era evidente che chiunque di loro , per proseguire il corso dei propri studi, poteva fare  a meno di lui. Aveva molte conoscenze, ma nessun vero amico. Del resto, non avrebbe saputo   cosa condividere con un amico, non avrebbe saputo neppure di cosa parlare, perché non gli interessava niente , la vita universitaria, la politica, lo sport,  l’economia non avevano  ai suoi occhi nessun fascino. Non si lasciava neppure sopraffare dai ricordi, nonostante l’età fosse ormai avanzata. Nessuna nostalgia lo legava all’Italia, dove era nato e cresciuto, alla Francia, dove aveva insegnato diversi anni, alla sua giovinezza. Scivolare in California era stato naturale per lui , nessun appiglio lo tratteneva. E  ora si era fermato di fronte alla  vastità incommensurabile del  Pacifico.

Verso sera usciva di nuovo e  se ne stava a lungo sulla passeggiata a mare, tra i giardini, le passerelle in legno, le panchine , poi scendeva sulla sabbia, guardava l’orizzonte. Al di là dell’orizzonte, c’era l’Asia, il Sol Levante. Lui stava bene lì, nella luce del tramonto.


Se è vero che il Professor Umberto Umber non aveva legami con niente di reale, questo non vuol dire che non avesse legami in assoluto. Ne aveva eccome. Ma con esseri la cui vita si manifesta soltanto nel mondo della immaginazione, esseri che sono   le  forme più vive e concrete  della irrealtà. Ne aveva con i personaggi dei libri, poemi e romanzi, che man mano aveva letto nel corso della sua esistenza, e verso i quali aveva sviluppato un amore morboso, tutto fatto di fantasticherie e di finzioni ulteriori. Rimasto oscuro come studioso, aveva pubblicato il minimo per poter continuare una a sua volta oscura carriera accademica. Il fatto è che a un rapporto critico, di cui pure riconosceva la necessità e la grandezza  in qualche modo eroica,  preferiva senza esitazioni un rapporto amoroso, licenzioso,   con i personaggi della letteratura. Era una debolezza,  e lo sapeva. Forse una vergogna. Ma non poteva farci niente.

Come tantissimi adolescenti si era innamorato dei fantasmi di celluloide delle grandi dive di allora,  soprattutto di Gina Lollobrigida e di Marilyn Monroe. Con la  prima aveva immaginato brevi avventure consumate durante viaggi in Rolls Royce, baci caldissimi su labbra stupendamente disegnate e su un collo e un seno  bianchi  come la farina, la neve, lo zucchero. Quando poi , uomo fatto, aveva una volta incrociato la diva, ormai a sua volta donna anziana, in un aeroporto, era stata  ancora la bianchezza assoluta della sua pelle ad impressionarlo.

Con Marilyn , era stata un’altra cosa. Una vera  e propria storia d’amore. Aveva ballato con lei meglio di Yves Montand in Facciamo l’amore,   l’aveva baciata meglio di Tony Curtis in A qualcuno piace caldo, aveva conversato con lei meglio di Arthur Miller la sera che a un party le prese tra le dita un alluce e cominciò a sedurla. Ne era geloso. Sprofondava nella sua carnalità , ne riemergeva puro spirito. L’amava come se l’avesse avuta lì nella sua camera di ragazzo, tutta per sé. Quando gli giunse la notizia del suo suicidio, gli sembrò di aver perduto una parte del suo mondo, la più innocente e morbosa.

Ma in quello stesso periodo si manifestarono i primi segni di un innamoramento che, a differenza del primo, ben pochi avrebbero condiviso, per non dire nessuno. Il ragazzo Umber cominciò a isolare personaggi dalle pagine dei suoi primi libri, e cominciò a fantasticare su di essi, a sognarli, a condividere con essi ore e ore delle sue giornate. E poi aveva continuato così. Era il suo segreto, la sua malattia incurabile. Dall’Odissea gli era entrata nella fantasia la giovane principessa Nausicaa. Come se i versi di Omero non bastassero, nella sua follia Umber aggiungeva tocchi di colore al personaggio, immaginava pettinatura, andatura, abiti, e andava oltre, labbra, mani, seno, cosce, niente poneva un limite alla sua impudicizia e alla sua smania. Dalla Divina Commedia, senza rispetto alcuno, aveva prelevato Francesca da Rimini, e , sostituendosi a Paolo, riviveva decine di volte l’adulterio con lei dopo che un libro d’amore aveva sospinto gli occhi dell’uno in quelli dell’altra facendoli impallidire, sudare, tremare  a morte. Per anni era stato fidanzato con Rosalind, la protagonista di As you like it. A lui piaceva proprio così, una ragazza, come quella che Shakespeare aveva saputo immaginare vagabonda sotto mentite spoglie nella foresta di Arden , con una così naturale forza di attrazione che nessun travestimento poteva attutire. Poi, aveva amato perdutamente  Ottilia, il personaggio  delle Affinità elettive. Ne aveva condiviso i pensieri, i  dolori, si continuava a commuovere sino alle lacrime di fronte alla chimica ineluttabilità del suo destino. Non si era dato limiti, Umber. Tra Frollo e Quasimodo,  Phoebus e Gringoire, si era lasciato sedurre da  Esmeralda, la bella e fatale zingara di Notre Dame de Paris, aveva vagabondato nel verde  dolce del Friuli e  per le fondamenta di Venezia con la Pisana delle Confessioni di un Italiano, aveva rotto gli argini di ogni pudore con Connie Chatterley, era andato a colazione non soltanto da Tiffany, ma in tutte le migliori  gioiellerie e i migliori ristoranti   di New York, Parigi, Londra con Holly Golightly.

Non bisogna credere  però che questi amori avessero un’unica  natura sessuale. Umber  si innamorava della donna soltanto se  era ai suoi occhi un  personaggio letterario felicemente riuscito. Con la maturità,  si innamorò sovente anche di personaggi maschili. Il catalogo sarebbe troppo lungo, certo è che  intrattenne rapporti  con Robinson Crusoe,  Tristram Shandy, Renzo Tramaglino,   David Copperfield, Jean Valjean, Achab, il Capitano Nemo, Jim Hawkins, Sherlock Holmes, Andrej Bolkonskij, Dick Diver,  Leopold Bloom, Cosimo  di Rondò e tanti tanti altri.  Con un  personaggio  in testa, con cui dialogare, di cui immaginare nuove avventure,  non era mai né solo né infelice.  Erano  questi i  legami che davano un senso alla sua vita, che la riempivano, alle volte anche di una gioia debordante,  di cui quasi aveva pudore.

Potete ben immaginare lo sconforto che prendeva il Professor Umberto Umber quando udiva tanti suoi dotti colleghi, molto più quotati di lui in campo accademico, che discettavano sulla “morte del romanzo”. Per lui, la morte del romanzo voleva dire la morte di una folla di personaggi con cui vivere in compagnia, la morte della più grande parte di se stesso. Ma per sua fortuna in California queste teorie  erano attecchite di meno. E lui passeggiando sul mare di Laguna Beach poteva continuare a domandarsi come avrebbe potuto salvare Esmeralda dal pugnale turpe di Frollo, o a immaginare Connie Chatterley a cinquant’anni che tradiva Mellors con un giovane aristocratico, perché no?


Quando certe mattine Umberto Umber vedeva correre sul lungomare Diane Keaton, che abitava lì vicino, non era lei che inseguiva con lo sguardo, ma la musa di Woody Allen, la protagonista con Jack Nicholson di un film straordinariamente divertente e sexy sull’amore in età non più verde di cui non ricordava il titolo.

Ancora una volta, era il personaggio ad avere la meglio sull’essere reale. Le attrici che preferiva, in questa sua tarda stagione, erano Angelina Jolie e Jennifer Lopez. La prima così filiforme , come snodabile, con quel suo volto algido, già post-umano , tutto risolto in labbra che sembravano di un materiale  diverso della carne, gli appariva il modello delle donne del futuro. La seconda era il presente, era la dolcezza piena, rotonda, palpabile della vita che scorre ora, come un fiume tranquillo, sicuro tra le sue sponde, sicuro di arrivare al mare. Jennifer Lopez , se avesse potuto  scegliere, avrebbe scelto la stella del firmamento latino, voce, colore, calore, culo , di lei tutto lo attirava, senza più provocargli, naturalmente, i turbamenti dell’adolescenza.

Quando Umber andava a bere un caffè all’ 8600 di Sunset Boulevard, West Hollywood,  gli piaceva poi passeggiare con il sole alle spalle sin dove il Sunset incrocia La Ciniega Boulevard, che scende a precipizio  lunghissimo, rettilineo  con soltanto qualche scarto geometrico, verso il mare. Gli sembrava di percorrere con lo sguardo non una strada, ma un canyon  tagliato nel corpo vivente della città, e quando poi ripassava di lì che era ormai notte si incantava a veder La Ciniega boulevard percorso da una marea di lava in un senso e nell’altro da un luccicare continuo, densissimo , di polvere di stelle dorate.

Arrivava sino alla sagoma turrita, neogotica e un po’ assurda del Chateau Marmont, nelle cui camere avevano vissuto tante attrici e tanti  attori  che avevano imprestato  la loro immagine ai personaggi che avevano fatto sognare le platee più vaste su tutto il pianeta, e Umber  pensava a Clark Gable in Via col vento, a  William Holden in L’amore è una cosa meravigliosa. Ma, molto stranamente, i personaggi dei film lo toccavano meno di quelli dei romanzi, cui poteva dare il corpo e la voce che preferiva lui, contribuendo a ricrearli con la sua personale fantasia. Così,  passeggiando lì , tra l’8600 e l’8200 di Sunset Boulevard, Umber pensava ad     Angelina Jolie e a Jennifer Lopez   ,    ma si rendeva conto subito che  se  invece di donne in carne (Jennifer) e ossa (Angelina) e  star di Hollywood fossero state protagoniste di qualche romanzo, se le avesse scoperte tra le pagine di qualche libro,  gli sarebbero piaciute molto,   molto di più.

Era una malattia che Umber non sapeva come chiamare, sapeva di esserne affetto, e non solo non voleva guarirne, ma sentiva con un piacere sottile e malinconico che col passare degli anni peggiorava, che quella sua  passione  diventava  una specie innocente di pazzia. Da studioso, da lettore, Umber sapeva tutto su tanti  personaggi di romanzi già scritti e pubblicati e inventariati  nelle storie letterarie. Ma quella sua specie di pazzia  lo portò a tormentarsi di  non sapere niente di niente su quelli che sarebbero venuti, che si sarebbero aggiunti , che sarebbero stati al centro dei romanzi pronti ad occupare  nuove vetrine delle librerie e nuovi scaffali nelle biblioteche del mondo.

Man mano che il tempo passava, che gli acciacchi dell’età si sentivano - le notti che stentava ad addormentarsi, che scendeva da letto due o tre volte per andare in bagno ad orinare, le giornate che un dolore acuto al ginocchio destro gli impediva di  passeggiare sulla spiaggia-  il pensiero che non avrebbe conosciuto neppure uno  dei personaggi dei romanzi futuri lo cominciò ad ossessionare. Accentuando le proprie precauzioni, tenendo sotto stretto controllo la pressione arteriosa e il livello del colesterolo, evitando il fumo, anche la pipa che gli era sempre così piaciuta, eliminando i grassi animali, limitando l’alcool a quel bicchiere di vino rosso serale, mentre un tempo si era lasciato andare non poco all’ whisky e al cognac, assumendo appropriati integratori, facendo quel po’ di esercizio fisico che una pigrizia congenita e una artrosi acquisita  gli consentivano, poteva presumere di vivere ancora una ventina d’anni. Una ventina d’anni  nei quali sarebbe venuto a conoscenza di nuovi personaggi usciti dalla fantasia degli  autori di romanzi, li avrebbe valutati, seguiti, interrogati, rivissuti. E poi?

Nella sua pazzia , inoffensiva ma non meno preoccupante, l’aspetto della morte che lo impensieriva e lo turbava di più era questo. Che non avrebbe più potuto sapere niente di quali nuove Emma Bovary e quali nuovi Papà Goriot,   di quali  nuove Miss Marple e di quali nuovi   commissari Maigret  sarebbero apparsi  all’orizzonte.  La cosa gli riusciva intollerabile. E ci pensava e ripensava, continuamente. Ma quale rimedio poteva mai trovare a qualcosa che si presentava con la ineluttabilità delle leggi della natura e del destino di noi mortali?           


Non era certo all’immortalità personale che tendeva Umberto Umber. Gli bastava una conoscenza  che andasse oltre i confini della sua esistenza, non era poco, lo riconosceva, ma non era neppure una pretesa che lo mettesse in concorrenza con Dio, immortale per definizione. Tutto quello che nasce, muore, si diceva Umber pensando  con una buona rassegnazione alla propria condizione di nato da donna. Ma i personaggi dei romanzi, i grandi personaggi , nati da uomini e da donne anche loro, perché hanno varcato i secoli , i millenni, e noi possiamo ancora  commuoverci ,  ridere, indignarci,   naufragare, viaggiare, tremare , correre, amare  con loro ?

C’è un mistero in questa  sopravvivenza più che umana, una scintilla del divino che abita in essi, si diceva Umberto Umber, sempre più preso da questi pensieri. Una mattina , sul  lungomare di Laguna Beach, vide un tipo che era la prima volta che compariva  lì . Su una panchina di fianco alla sua una signora dai capelli grigi , in una elegante tuta bianca, stava  meditando  in posizione del loto, su un’altra due giovinette , una in  jeans e giubbotto neri, l’altra con gonne corte e camicetta variopinta , strette l’una all’altra parlavano  ognuna per suo conto al rispettivo cellulare, tra molte  risate tintinnanti. Nonostante ciò, il tipo seduto sulla  panchina centrale   non si voltava a guardarle,  né infastidito né incuriosito.

Era un uomo della età di Umber. Da come era vestito , giacca di velluto leggera e stazzonata, pantaloni di cotone ,  sandali ai piedi,  e dal volto, occhiali dalla montatura di tartaruga, una barba grigia non troppo curata, si sarebbe detto un professore anche lui. Il colorito della pelle era piuttosto scuro,  gli occhi neri e profondi, e insieme  tradivano una origine asiatica. Poteva essere indiano, pakistano, iraniano , non era facile distinguerlo. Stava leggendo il Los Angeles Times, e intanto da un bicchiere di carta sorbiva lentamente un liquido che doveva essere caffè. Senza una ragione, con quelle decisione che nascono da un  istinto più profondo dei sensi stessi, Umber si andò  a sedere proprio su quella panchina, proprio vicino allo sconosciuto. Si mise a leggere anche lui il giornale, e se ne stettero così, paralleli l’uno all’altro, somiglianti più che il colore della pelle non dicesse, per quasi un’ora. Anche quella mattina passò Diane Keaton lì davanti, nessuno dei due ebbe un commento da fare.

L’indomani  Umber trovò quel tipo sulla stessa panchina. Anche la signora che faceva meditazione yoga nella posizione del  loto, per altro, era fedele alla sua lì di fianco. Si sedette. I due rimasero vicini a lungo, sempre senza parlarsi. Umber ebbe il sospetto che non conoscesse l’inglese. Poi ricordò la copia del Los Angeles Times che aveva tra le mani il giorno prima. Ed escluse che stesse soltanto guardando le fotografie. Sbirciava verso di lui con una attentissima discrezione. Non voleva farsene accorgere. Ma era incuriosito da quell’uomo, da quella posizione un po’ ieratica, assente, da quel silenzio assorto. Forse non era un professore, si disse  Umber pensando a come in genere  erano loquaci i suoi colleghi, pronti ad arguzie, malignità,  pettegolezzi. Ma chi era allora? Uno sceneggiatore rimasto senza lavoro? Un medico in pensione? Un altro rotolato in California perché da nessuna parte del mondo era riuscito a metter radici?

Fu così che gli venne in mente una  domanda , nella sua genericità gli parve  abbastanza legittima, e gliela fece.

“Lei abita da molto qui?” chiese, approfittando del fatto che lo sconosciuto si era appena distolto dai suoi pensieri e aveva spostato lo sguardo dalla  sua parte.

“Dipende da cosa intende lei per molto” rispose lo sconosciuto. Umber fu colpito dalla saggezza di quelle parole. Gli disse subito:

“Io sono qui da neppure un anno”

“Io da neppure un mese” aggiunse lo sconosciuto sorridendo. Scopri una chiostra di denti perfettamente in ordine  ma ingialliti come quelli dei grandi fumatori “Mi chiamo Kloster” proseguì.

Umber si chiese come aveva potuto sbagliare di tanto. Era tedesco,  un tipo che lui aveva giudicato asiatico senza alcun dubbio. Ma l’altro, intravisto forse il suo stupore, continuò.

“Sono il dottor Jamshid Kloster, sono nato in Germania da padre tedesco e madre iraniana, Jamilé, che Allah la benedica. Sono qui per continuare  i miei studi , mi occupo del  rapporto tra il tempo e la luce”

Umber era disorientato. Trovò indiscreto  chiedergli se era mussulmano.

“Allora è un professore?”

“No, sono un ricercatore, non insegno”

Il disorientamento di Umber divenne ancora maggiore. Un ricercatore. Perché allora se ne stava su quella panchina invece di essere in un laboratorio, perché non aveva una cartella di libri e plichi con sé , ma soltanto una sacca di tela da cui, poggiata com’era sulla panchina, spuntavano il collo di una bottiglia d’acqua minerale e una copia spiegazzata del Los Angeles Times?


Se non un’amicizia,  tra Umberto Umber e Jamshid Kloster nacque  almeno una consuetudine. Si trovavano al mattino dopo colazione in riva al mare,  e camminavano per un tratto di spiaggia insieme. Anche Umber ora  portava con sé un bicchiere di caffè o una bottiglia d’acqua minerale, qualche volta anche  muffin o  dolci al cioccolato che sistematicamente offriva a Kloster, e Kloster rifiutava. Non parlavano di nulla di personale, di nulla che riguardasse il loro passato in Europa. Sembrava un tacito patto.  Molto tacito. Ognuno  dei due aveva declinato all’altro soltanto  le generalità e la professione. Un tedesco di madre iraniana, un italiano che aveva insegnato in Francia, un ricercatore nel campo della fisica, un professore di letteratura comparata. Ma chi li vedeva passeggiare  sulla sabbia dalla indoratura pallida di Laguna Beach  li poteva benissimo  scambiare per nulla più che due tardi  hippie, non importa da dove venuti, e invecchiati fedeli ai propri sogni.

I loro discorsi vertevano prima di tutto su ciò che avevano appena letto sul Los Angeles Times. Non si soffermavano troppo sulla politica, anche se tutti e due erano sostenitori del nuovo presidente , Barack Hussein Obama, ne amavano i gesti, le espressioni, le idee e ne condividevano i primi provvedimenti per contrastare la crisi  in cui l’America era sprofondata. Non si soffermavano   neppure sulle condizioni dell’economia: soltanto commentavano ridendo il fatto che non si vedeva più una macchina  americana in giro per l’America, che  un paese in cui le città erano state progettate per  percorrerle in  quattro ruote, con   cinema,  ristoranti e persino chiese dove si entrava  in automobile,  aveva mandato a gambe all’aria la propria industria  automobilistica, e si doveva rifornire dai tedeschi e dai giapponesi. Proprio quelli  che aveva speso tante energie per sconfiggere nella Seconda Guerra Mondiale .

Più volentieri, commentavano notizie di cronaca : mareggiate con onde gigantesche, incendi sulle colline, omicidi a Down Town e rapine sanguinose nelle ville di Beverly Hills, o le recensioni a film  appena usciti, come l’ultimo di  Clint Eastwood, e a romanzi appena usciti, come l’ultimo di Patricia Cornwell. Poi, man mano, il discorso finiva sui  loro progetti in corso. Umber raccontava delle lezioni che stava tenendo all’Università. Kloster si era presentato come un ricercatore nel campo della fisica. Forse era vero, forse lo era stato a Heidelberg o a Lipsia o chissà dove, ma ora i suoi centri di interesse si erano spostati ,  era tutto preso da  domande  che  apparivano ad  Umber molto strane e oscure. Qual era il rapporto tra Dio e la luce? Si poteva  ottenere artificialmente una velocità più forte di quella della luce, che non esiste in natura ? Si poteva  fissare in una formula matematica la velocità del pensiero? Si poteva fare altrettanto con quella dello spirito? Qual era il rapporto tra la luce e il fuoco?

Questo almeno fu presto chiaro  a Umber , digiuno di scienza ma non di metodo: che Kloster ragionava piuttosto come un mago zoroastriano,  uno sciamano pellerossa  che come un ricercatore di una università, tedesca per di più.

E fu questo che  aiutò Umber a superare ogni inibizione , a spogliarsi anche lui dei panni accademici, che non gli erano mai calzati a pennello,  e a confessare un giorno  qual era il suo massimo desiderio e la sua massima ossessione. Quando Kloster lo sentì parlare per la prima volta dei  personaggi dei romanzi futuri, della volontà di conoscerli, si illuminò tutto in volto. Stava per dire qualcosa, era evidente, ma si trattenne. Per quel giorno quasi non parlò più, assorto,  come se un pensiero martellasse nella sua testa. Ma il mattino dopo, appena vide arrivare Umber, posò il giornale aperto sulla  panchina e gli si rivolse  con un certo fare solenne, in cui Umber riconobbe fusi tra loro la serietà tedesca e l’orgoglio iraniano: 

“Io posso farteli conoscere” disse Jamshid Kloster.

“Cosa?” rispose Umber.  

“Non hai capito?”

“No, scusa” rispose Umber e si sedette vicino a lui, estraendo dal sacchetto un muffin e cominciando a sbocconcellarlo.

“Vedo che hai fame”

“Tu sei ascetico, per i miei gusti, ti accontenti del  caffè e dell’acqua, che qui poi sono più o meno la stessa cosa”

“Io ti offro di realizzare il tuo desiderio, e tu mi stai a parlare di queste sciocchezze”

“Continuo a non capire”

“Ascolta, allora. Mi hai detto che la tua ossessione sono i personaggi dei romanzi futuri, che tu non potrai conoscere, è vero?”

“Certo, dovrei vergognarmene, ma è così”

“E allora , io ti ripeto che posso farteli conoscere”

Jamshid Kloster aveva preso Umber per un braccio e lo teneva stretto. Lo guardava fisso negli occhi, aveva pupille nerissime e le iridi  dello stesso indefinibile colore dei denti. Sembravano occhi di uno che farnetica per la febbre.

“Tu puoi?” chiese Umber.

“Sì”

“E come? Come è possibile?” 

“Aprendo la porta del tempo” rispose Kloster. Aveva una espressione contratta e nello stesso tempo calma, decisa. Umber si mise a ridere, poi ripeté:

“La porta del tempo? Com’è, a vetri, a soffietto, in legno massiccio …”

Kloster scosse la testa  ed estrasse dalla tasca della giacca di velluto un piccolo specchio esagonale, non molto più grande di quello che le donne usano per ritoccare il trucco, lo puntò in modo che riflettesse i raggi del sole, forti quella mattina, e li guidò contro un frammento di pagina del giornale, lasciato cadere ai suoi piedi. Con un piccolo crepitio improvviso, il frammento di carta prese fuoco, bruciò, divenne cenere.

A Umber, tutto ciò diede un tremito , un formicolio lungo  la schiena. Aveva smesso di ridere. Si pentì del suo sarcasmo di prima. E  ascoltò confuso  quello che  Jamshid Kloster  gli disse:

“Come nello spazio  si può catturare il fuoco dal sole, nel tempo si può catturare il futuro dal ciclo eterno delle cose. Tutto è già stato e tutto ritorna. Non si tratta di prevedere il futuro. Ma di spostarsi in esso”

Ci volle qualche giorno perché Umber si decidesse a tornare sull’argomento. Vedeva Kloster indifferente, propenso a restarsene in silenzio. Offeso , forse. Umber era sicuro di averlo  urtato con quelle sue parole sarcastiche, le riteneva stupide, ora, ma alla fine perdonabili.  Così fu lui a chiederglielo , una mattina di vento , con l’azzurro del mare   tormentato da lunghe ombre grigie di nuvole , che faceva quasi freddo e non c’era nessuno sulle panchine vicine alla loro, e ci si godeva come non mai il caldo di quel caffè brodoso dei bicchieri di carta.

“Tu dici che c’è un modo  per spostarsi nel futuro?”

“C’è”

“Navi spaziali, fughe nelle galassie …”

“Niente di tutto questo”

“Ma è assurdo , a pensarci, è assurdo …”

“Se a te interessano i romanzi futuri, dovremo spostarci nelle biblioteche future”

“Come diavolo è possibile … come vuoi che …?”

“Dobbiamo aprire la porta che da una biblioteca di oggi dà su quelle a venire” lo interruppe  Kloster.

“Ma che cosa vuol dire ?”

“Esattamente quello che ho detto”

“Come si  può, come fare per  …”

“Quello è compito  mio, fidati”

“Metti che io mi fidi”

“E’ importante …”

“E poi?”

“Dopo aver aperta la porta,  dobbiamo viaggiare”

“Dobbiamo? Anche tu … ?” chiese Umber.

“Io preparerò il tuo viaggio, se decidi di farlo,  verrò con te, per  assisterti, soltanto per quello. Sai, io non sono molto interessato ai romanzi, e i personaggi che tu ami tanto me li dimentico subito. Amo la musica, molto di più”

“E non ti interessa sapere come sarà la musica del futuro?”

“La musica migliore è quella delle cose , dammi retta, è la musica di quello che  succede, dicevano in Irlanda, e là se ne intendono”

“Ma i personaggi dei romanzi …”

“Le biblioteche ne sono piene ora, e ne saranno piene anche nel futuro, non so come ma lo saranno”

“Conosceremo libri a venire?” chiese Umber.

“Proveremo”

“E di cosa abbiamo bisogno?”

“Ci servono una biblioteca, quattro specchi, e un bel tramonto”

“Tutto lì?”  disse Umber riprendendo a  ridere. Non sapeva se di gioia o di derisione: verso se stesso il suo desiderio di credere al suo nuovo amico.


 Come biblioteca, Umber scelse   quella della facoltà dove insegnava, che era una grande sala con ampie vetrate esposte a ovest, da cui, tirando le tende, certamente sarebbero passati i raggi del sole al tramonto. Dovette ottenere il permesso di restarvi oltre l’orario consentito.

La bibliotecaria, che lo aveva in una certa simpatia perché italiano – capita anche questo di curioso a chi se ne va per il mondo dimenticandosi di esserlo-  gli lasciò le chiavi con un sorriso di compiacimento che siglava un accordo , il professor Umberto Umber avrebbe avuto accesso alla biblioteca anche dopo le ore consuete di apertura, vale a dire dalle 18  in poi, e, impegnandosi a chiudere per bene la porta principale e a depositare le chiavi nella cassetta delle lettere dell’alloggio dei custodi, poteva restare anche tutta  la notte a lavorare come desiderava. La bibliotecaria non aveva certo idea di che lavoro si trattasse. E  questo pensiero metteva allegria a Umber, una allegria malsana, quasi da malfattore, si sentiva il dottor Jekill durante la  giornata di insegnamento, si preparava a diventare il signor Hyde dal tramonto in poi.

Arrivò la sera in cui avevano stabilito con  Jamshid Kloster di  incontrarsi in biblioteca.  Umber aspettò che gli studenti e le studentesse se ne andassero. E infatti poco prima delle 18   si allontanarono , alla spicciolata, fuorché uno che rimase con i gomiti sul tavolo e un quaderno di appunti davanti.  Umber era impaziente. Guardava quel suo allievo, perché era proprio uno studente del suo corso, il più bravo, quello che poneva sempre le domande più intelligenti,  con una specie di odio. Perché si attardava  tanto su quel volume di critica, forse di René Wellek, forse di Erich Auerbach, forse di Harold Bloom, che cosa vi cercava, che appunti prendeva?  Possibile che la sua fosse una strategia attendista, che avesse intuito qualcosa di ciò che stava per avvenire tra  quelle mura? A quel punto, Umber sarebbe stato capace di ucciderlo. Ma per fortuna lo studente si alzò poco dopo, passò davanti a lui per salutarlo ossequiosamente, se ne andò.

Umber , sulla porta, fece il cenno convenuto con il braccio. Furtivamente Jamshid Kostler  entrò nella sala, subito guardandosi intorno per valutare dove sarebbero finiti i raggi dell’ultimo sole. Bisognava fare in fretta. Lo individuò presto, era su uno scaffale , il terzo ripiano a partire dal basso, tolse i volumi  che occupavano quello spazio senza neppure guardarne i titoli, li ammonticchiò su un tavolo. Dalla  sacca che aveva con sé estrasse quattro specchi esagonali , di dimensioni maggiori rispetto a quello che aveva usato per incendiare il pezzetto di giornale,   e  li piazzò contro la parete a coprire  lo spazio lasciato libero.  Umber seguiva le sue mosse in preda allo sconcerto.  Kostler si muoveva con decisione, ma anche con calma. Sembrava sapere quello che faceva, anche se chiunque avrebbe giudicato quello che faceva assurdo.

Quando il sole tutto rosso fiamma si abbassò sull’orizzonte,   i suoi raggi , attraverso la vetrata di cui Umber aveva scostato allo spasimo la tenda,  andarono a picchiare contro quegli specchi   disposti là in mezzo ai volumi. Il  calcolo si era rivelato esatto. Un fascio di riflessi purpurei e dorati si irradiò da quel punto e si scompose e si frammentò in vortici. Kostler e Umber cercarono invano di sostenere con lo sguardo   lo sfavillio balenante, accecante, da caleidoscopio che si sviluppava da  quello scaffale tutt’intorno. Una nuvola dai contorni di fiamma occupò la sala. Umber si portò una mano sugli occhi, in silenzio. Kostler sembrava in trance,  era come se pronunciasse a fior di labbra mantra in una lingua di qualche civiltà lontana.

Poi il sole scese, e i riflessi impallidirono, rientrarono come sciabole in foderi scuri, nella biblioteca posò una luce bluastra, statica,  esaurita. Umber si mosse, stava per andare ad accendere i neon del soffitto.  Kloster lo trattenne. In tutta la sala era accesa  una lampada da tavolo , lontana, che   diffondeva una luce fioca, puntata sul ripiano del tavolo stesso. Se qualcuno del campus fosse passato, avrebbe potuto credere che il Professor Umberto Umber stava preparando con così gran scrupolo la sua prossima lezione.

“Ora apriremo la porta” disse Kostler.

“La porta della sala?” chiese Umber, disorientato davvero, quasi impaurito.

“No, vieni …”

Kostler si avvicinò allo scaffale dove stavano al posto dei libri i quattro specchi. Umber lo seguì. E qui avvenne ciò che mai Umber si sarebbe aspettato. Kloster scostò dalla parete uno dei quattro  specchi come se fosse una mattonella  traballante e la ripose di piatto sullo scaffale, ma invece del muro, invece di quello che qualunque ragione,  qualunque logica, qualunque esperienza avrebbe detto con sicurezza matematica, comparve un ampio esagono di luce azzurra come quella di uno schermo, un varco verso qualcosa di immateriale e di lontano, in cui Umber, dopo un po’ di esitazione, tremando e con il cuore in gola, osò finalmente gettare lo sguardo.

Era quella , dunque, la porta del tempo di cui Jamshid Kostler gli aveva parlato, e a cui lui aveva riservato all’inizio  la sua ironia? Esisteva un varco nello spazio  in cui il pensiero superava i confini della materia? Umber era stato un modesto adepto di Cartesio, sino ad allora, e aveva creduto nella divisione tra res cogitans e res extensa. Ma di fronte a quello che stava vedendo ora , come regolarsi, a quale nuovo sapere ricorrere? L’apertura esagonale si scontornò e si allargò, e in essa cominciarono a comparire  forme precise e riconoscibili, una piazza di città, viali alberati, il traffico delle automobili, rare e  diverse da quelle in uso al presente, l’andirivieni di una folla variopinta e straripante, poi    un palazzo in vetro, legno, acciaio,  è lì che lo sguardo attonito di Umber  e quello tesissimo di Kloster venivano guidati. Rimanendo entrambi fermi dove erano, sentivano che qualcosa di loro, una specie di proiezione immateriale del loro corpo, veniva risucchiato lontano. Erano all’interno della biblioteca della loro università, e insieme all’interno  di una nuova biblioteca, che però non capirono quale fosse e in quale città, poteva essere New York come Atlanta, Bruxelles come Parigi, Atene come Alessandria d’Egitto.

Per via di qualche dettaglio cui forse prestarono più attenzione del dovuto,  tutti e due pensarono che poteva trattarsi della Biblioteca Nazionale , quella in quattro torri a forma di libro aperto voluta da Mitterrand a Parigi, o di quella inaugurata non molti anni prima ad Alessandria, dove era stata la più immensa e famosa tra le biblioteche dell’antichità. Ma non ne furono certi.

L’interno era arioso ma labirintico. C’erano molti tavoli, deserti, molti computer spenti. Doveva essere notte. Poi ne videro uno acceso. Un calendario all’angolo destro dello schermo segnava la data, 3-21-20 N.E, cui seguiva tra parentesi  2109,  evidentemente dell’era cristiana. Al centro vi compariva una figura mitologica, simile a un Centauro, e sotto la scritta  annunciava i romanzi  che erano stati acquisiti di recente dalla biblioteca.     Se poi  di questi romanzi  esistessero  copie cartacee o se tutto si dovesse leggere  su quello schermo di computer,  Umber e Kostler non ebbero neppure il tempo di chiederselo. Si erano sentiti risucchiare  in quella biblioteca futura,  ed ora vi erano  in carne e ossa, era come se fossero passati per quella apertura e avessero viaggiato a una velocità sconosciuta sino al  2109, o 20 di qualche Nuova Era che fosse.

Fu Kostler che ebbe il coraggio di cliccare su quella specie di  centauro , e la prima copertina  uscì.  Raffigurava una donna seminuda e a terra, circondata da fiamme e da uomini  che avevano l’espressione di persecutori. Il titolo era : L’ultima cristiana. Seguiva una breve presentazione. Dell’autore nessuno dei due si fissò in mente il nome. Umber lesse , con un piacere che lo stravolgeva, e lo immalinconiva come spesso il raggiungimento insperato di un sogno.

«Giustina France , orfana giovanissima di padre e di madre,   è spinta da un uomo che l’ha circuita a praticare il mestiere della prostituta  per le voglie dei tanti ricchi che arrivano nella sua città per turismo o per affari. Giustina è alta di statura, magra, un volto affilato, piace agli uomini per il suo sguardo febbrile e per la  sfacciata sensualità con cui si concede. Ma Giustina cova altro in sé. Quel suo  sguardo  non è febbrile se non per il disgusto che ha di sé e degli altri, quella che sembra sfacciata sensualità è abbandono alla disperazione. Un giorno decide di fuggire da quell’uomo e dalla  sua città. Porta con sé una bambina, Gloria, venduta  dalla famiglia e prostituita nonostante i suoi dodici anni, ascoltando la sua richiesta di aiuto. La loro fuga è ardua, mille pericoli le insidiano. Respinte, ingannate, tradite da molti, le due si allontanano da ogni strada battuta. Giustina vede crescere dentro di sé un nuovo coraggio. Sempre più lontana da città e villaggi, si  imbatte in un vecchio edificio a due piani, in rovina, abbandonato tra macerie e sterpaglie. Non può credere che qualcuno  abiti lì. Vi entra insieme a Gloria, e vi trova , terrorizzati dal suo apparire,   uomini e  donne, pochi, tutti anziani, che da tempo vi si  sono rinchiusi per sfuggire alle  persecuzioni degli ultimi cristiani autorizzate dal Governo di quella parte del  pianeta. Giustina France , accolta con generosità e pietà, soprattutto da una  donna chiamata Sorella Angela,   decide di restare con loro, mette  una croce al collo, si dedica a una vita di preghiera. I suoi compagni sono vecchi, vivono nascosti, sanno che non potrebbero opporre resistenza se venissero scoperti dalla polizia e attaccati. Dopo un anno, Gloria non sopporta più quel clima di preghiera e di paura, e decide si andarsene. Lo fa di nascosto, una notte. Ora tutti si sentono  in pericolo, Gloria potrebbe essere intercettata, venderli, svelare il loro nascondiglio. Giustina vorrebbe ripartire, cercare un rifugio più sicuro. Ma gli altri non hanno più le forze per seguirla. Allora anche lei resta, curando le loro malattie, occupandosi di tutte le loro necessità. Man mano, i suoi compagni e le sue compagne muoiono, affidando le loro anime a un Dio in cui sono rimasti gli unici in quella parte del pianeta a  credere. Quando muore tra le sue braccia anche Sorella Angela, Giustina resta sola in quel rifugio. Sono passati anni, e Gloria torna.  Di nuovo stanca del mondo che ha avuto intorno. Giustina è felice di rivederla. Ma, senza che Gloria se ne sia accorta, qualcuno l’ha seguita. Qualcuno ha visto le due donne abbracciarsi, e ha visto il bagliore di una  croce al collo di una , e subito dopo il segno della  croce che l’altra ha fatto con la sua mano, prima di entrare nel vecchio edificio in rovina . La polizia arriva e arrivano le ruspe. Viene appiccato il fuoco alle sterpaglie, il fuoco si diffonde, Gloria esce tossendo e viene colpita da una scarica di mitra. Giustina rimane nel vecchio edificio, di fronte a una croce di legno che sta bruciando, tra le fiamme che divampano dappertutto. Anche lei, l’ultima cristiana, sarà arsa nel rogo.»                


Il Professor Umberto Umber era commosso e preso da una agitazione incontrollabile. Lui, il modesto studioso, l’ultima ruota del carro accademico, adesso era in grado di  parlare del  personaggio di un romanzo che avrebbe visto la luce tra cento anni. Soprattutto, era in grado di pensare a Giustina France come a una sua conquista, favoleggiare su di lei, sulla sua doppia vita di prostituta e di martire , pensare se l’avrebbe aiutata a evitare il rogo, era certo che l’avrebbe aiutata, ma  come?

Voleva abbracciare Kostler per il risultato conseguito. Ma l’atteggiamento sempre composto e riservato del suo  compagno lo tratteneva. Ora Jamshid sembrava stanco. Umber temeva di vederlo da un momento all’altro andare a prendere i libri della pila poggiata sul tavolo per disporli  nello scaffale, dove avrebbero richiuso quella finestra miracolosa. Ma Jamshid non lo fece. Evidentemente non era stanco, soltanto  concentrato,  assorto nel suo compito. Che non era ancora finito. Attraverso quella finestra aperta nel futuro, il viaggio poteva continuare, lui non sapeva quanto ma sentiva che poteva. Umber lo pregò di andare avanti. Di proseguire di un secolo, almeno. E Kostler scostò e posò di piatto sullo scaffale un altro specchio.

La galleria esagonale divenne più lunga. Quelle proiezioni immateriali dei loro corpi  erano come  risucchiate all’interno di quella galleria con maggiore velocità. Si trovarono in una nuova  biblioteca, gli interni erano diversi, anche gli  schermi dei  computer, erano  più grandi, sospesi su   steli sottili e a due facce,  perfetti nella resa delle immagini. Il procedimento però era sempre lo stesso. Kostler cliccò sino ad arrivare a visualizzare la copertina e poi la presentazione di  un romanzo tra quelli acquisiti  dalla biblioteca negli ultimi mesi. Il calendario segnava 3-21-120 N.E. Il romanzo era scritto in una lingua non nota né a Umber né a Kloster, ma questi capì che si trattava di anglo-mandarino, una lingua nuova evidentemente molto diffusa sul pianeta in quel tempo. Per fortuna, la  lingua in corso non aveva cancellato del tutto le altre, un po’, pensò Umber, come l’euro aveva a lungo convissuto, almeno nelle indicazioni dei prezzi, con la lira o i franchi. Dunque Kloster azionò il convertitore, e l’operazione riuscì. Il testo uscì in inglese. Umber cominciò a leggere con attenzione spasmodica. Così era sintetizzato John Wei, commissario capo.

«John Wei era stato un eroe della guerra  che andava avanti da anni e anni. Aveva partecipato a una campagna in Pakistan come conducente di carri armati del tipo Libellula ESS 101, che potevano trasformarsi in elicotteri e in anfibi. Aveva condotto un assalto vittorioso, e una volta che il suo carro era stato distrutto, continuò a combattere da fante, munito soltanto di un coltellaccio e di bombe a mano. Si raccontava che da solo avesse ucciso cinquantasei nemici. Richiamato in patria dopo essere stato ferito e aver passato settimane intere tra la vita e la morte, John Wei, un uomo ancora giovane, che si era ripreso con sorprendente vigoria, venne nominato commissario capo della Polizia della sua città, megalopoli di 59 milioni di abitanti. Le autorità pensavano così di compensare il suo eroismo in guerra. Ma John Wei, che aveva visto la morte in faccia, era stanco di uccidere e aveva paura di essere ucciso a sua volta. Quando sul porto della città , un porto sconfinato con 150 chilometri di banchine, un cargo con tutto il suo carico  venne fatto esplodere, seminando vittime anche tra i marinai, toccò  a John Wei  coordinare le indagini.  Il commissario capo intuì subito che la forza per compiere un attentato   di quelle dimensioni non poteva che appartenere alla Compagnia del Drago Bianco, una associazione criminale che voleva  impossessarsi del porto e  gestirne i traffici. Non essendo riusciti nel loro intento, i capi della Compagnia del Drago Bianco avevano progettato quel sanguinoso avvertimento. Poi continuarono. Un altro cargo saltò in aria, poi fu alzato il tiro, venne fatta esplodere una fregata della Marina ormeggiata  lì e con quindici militari semplici e tre ufficiali  a bordo. Il timore era che la prossima vittima fosse una nave passeggeri, una di quelle nuove  navi da crociera in grado di portare in giro per gli oceani sino a trentamila persone. John Wei doveva evitarlo, quello era il suo assillo di commissario capo. Intanto un altro fatto ne turbava i sonni, e questo in un’altra sfera della sua esistenza. Si era innamorato di una delle sue sottoposte, una commissaria  bionda e scattante, Jasmine Gard , irresistibile ai suoi occhi,  ma sapeva che le legge gli avrebbe impedito di  sposarla proprio perché sua sottoposta, e temeva che alla   minima dichiarazione del suo innamoramento  lei avrebbe potuto trascinarlo nella vergogna di fronte al TSCSS, il Tribunale Speciale dei Comportamenti Sentimentali e Sessuali, severissimo e temutissimo. Viveva dunque in silenzio questa passione. E dirigeva le indagini e la lotta contro la Compagnia del Drago Bianco con cupa , compressa energia. Dovendo infiltrare un agente nella Compagnia, sceglie la commissaria Jasmine Gard. Non sa neppure lui se vuole allontanarla, togliersela di torno per cercare di dimenticarla, con il rischio di farla morire,  o se vuole offrirle una grande, irripetibile  occasione per un avanzamento di  carriera. L’ operazione  non riesce, Jasmine Gard è scoperta, torturata e uccisa. Solo più che mai, disperato, nemico anche di se stesso, John Wei ricomincia la sua lotta. E’ come se dovesse vendicarsi. E’ come una nuova guerra, più terribile di quella che ha combattuto da giovane. Il porto continua ad essere insanguinato. Il commissario capo John Wei scopre che tra le Autorità della città c’è chi informa la Compagnia del Drago Bianco. Stana il corrotto, ma scopre via via nuove trame di collusione tra il potere e l’associazione criminale, sempre più vaste. Non riuscirà mai a troncarle del tutto, e lo sa. Allora, con il pensiero fisso a Jasmine Gard, si uccide  sparandosi alla tempia seduto  alla sua scrivania.»  


Kostler guardò l’orologio,  non era sicuro di quanto tempo avessero ancora. Poi con decisione scostò il terzo specchio. Continuarono a scivolare silenziosi, rapidissimi lungo la galleria e si trovarono in una biblioteca del  220 N.E, che secondo rapidi calcoli doveva corrispondere al 2309 d C.  Umber , sovraeccitato, tremando quasi, chiese di approfittarne, di  leggere la presentazione di  più romanzi.

La biblioteca in cui si trovavano ora non aveva più niente della biblioteca come gli uomini l’hanno conosciuta nei secoli.  Non c’erano tavoli, non c’erano sedie, non c’erano volumi, soltanto lunghissime file di schermi piatti  fissati alle pareti  senza tastiere. Restando in piedi, si poggiava un dito sullo schermo e dallo schermo uscivano immagini astratte coloratissime, vorticose e indicazioni vocali su come procedere. La lingua in cui quella voce  metallica ma musicale si esprimeva  fu all’inizio  incomprensibile per Umber e Kloster. Questi andò avanti  per diversi tentativi, puntando  il proprio indice su tante icone  dello schermo. Finalmente uscì una indicazione scritta , ed era  in una lingua molto simile al tedesco.

Ebbero una illuminazione retrospettiva, anche le indicazioni vocali erano in quel tedesco  contaminato dal francese e da altre lingue nordiche, forse svedese, forse islandese:  parlato, era stato molto  più ostico da intendere che scritto.  Kloster procedette. L’elenco delle ultime acquisizioni della biblioteca era lunga. Ne scelse una a caso. La copertina che uscì fu quella di Chimera I regnò su di noi.

«Una  popolazione di  incroci tra uomini e animali  si era moltiplicata e  espansa  a partire da un errore nei laboratori segreti di eugenetica di una multinazionale  con sede ad Amburgo, una popolazione incontrollabile dagli umani propriamente detti, che furono visti prima per un breve periodo  come padri, e subito dopo  come nemici da scacciare e distruggere . Gli uomini aquila e gli uomini calamaro (tra tante specie che  vennero create, gli uomini farfalla, gli uomini topi, gli uomini serpenti, gli uomini rondine, gli uomini delfino, le cui femmine riproducevano alla perfezione nelle forme le antiche sirene, gli uomini cavallo, simili agli antichi centauri)  furono le specie più intelligenti  e più forti. I primi , capaci di volo e  dotati di un becco feroce , occuparono campi e boschi,  i secondi, anfibi, uomini dalla vita in su, ma con sei tentacoli al posto delle  gambe, velocissimi e forniti di una terribile  forza prensile, si impossessarono delle coste. Poi avanzarono verso le città, attaccandole dall’alto, insidiandone i tetti, e penetrandovi per ogni via d’acqua, fiumi, canali. Chimera (il suo numero di laboratorio era H6112MT)   si era affermato sul campo come il loro condottiero, quello che sapeva tenere unite, alleate, le schiere degli uomini aquila e quelle degli uomini calamaro. Quando la loro forza di espansione si fermò, e si trovarono padroni di un territorio che comprendeva parte della Germania, dell’Olanda, del Belgio, della Francia, della Svizzera  e dell’Italia, Chimera fu eletto re,  e divenne Chimera I. La nuova capitale fu costruita sul Reno, una città  di canali, in cui gli uomini calamari navigavano, e di torri alte e dal tetto largo, su cui gli uomini aquila vivevano pronti a spiccare il volo. Gli umani propriamente detti avevano perso tutto, vivevano da miseri schiavi. Chimera I , nonostante il suo istinto di guerriero, non era crudele. Aveva la conformazione di un uomo calamaro, ma il cervello e gli occhi di aquila. Delle debolezze umane in lui resisteva ben poco. Non aveva affetti, non provava né desideri né pietà. Restio a formarsi una famiglia , adottò un piccolo degli uomini aquila e lo nominò suo erede. Sarebbe stato Chimera II, e avrebbe tenuto insieme il regno. Sui confini esterni, Chimera I non provocò guerre né accettò provocazioni. Ma sapeva che prima o poi sarebbe stato attaccato, che tutte le grandi potenze umane del Pianeta non avrebbero tollerato a lungo il suo potere su larga parte dell’Europa,   e che le sue forze avrebbero stentato a respingere gli attacchi. Sul fronte interno, si trovò presto a dover domare insurrezioni. Erano gli umani che vivevano dentro i confini del suo impero, insofferenti della schiavitù in cui erano tenuti. Che  mormoravano tra loro parole che Chimera I aveva proibito, democrazia, libertà, repubblica, e si proponevano  di rovesciarlo.  Regnava come se stesse sognando, e sentiva  che nonostante il suo impegno di sovrano  e la forza degli uomini-calamaro e degli uomini-aquila  il sogno  avrebbe anche potuto finire presto.»

La  frenesia di conoscere nuovi personaggi era sempre più acuta, il Professor Umber chiese a Kloster, quasi stringendo il suo polso, di puntare ancora l’indice  sullo schermo, di esercitare quella piccolissima pressione, anche  a caso. Venne fuori un’altra copertina. C’era un  titolo  in caratteri  piccoli piccoli, R66Dklein, e uno strillo  pubblicitario in caratteri cubitali, che diceva: IL PRIMO ROMANZO SCRITTO DA UN ROBOT. Era  ancora  in quel tedesco ibrido  che Kloster  in ogni caso era in grado di leggere e tradurre per  Umber.

«R66Dklein è un  robot di dimensioni piuttosto ridotte, di un bambino in sostanza, che  racconta  il suo essere a servizio degli umani, episodi  della  sua giornata,  la sua partecipazione alla  vita del padrone e della sua famiglia. R66Dklein descrive  le sue giornate con precisione neutra, l’ora in cui entra in servizio, l’ora in cui prepara la colazione, l’ora in cui porta a spasso Wolfgang , il cane di casa. Non ha nessuna simpatia per il gatto Mozart, anche se non possiede le espressioni giuste per motivarlo. Racconta  con artifici linguistici che sembrano preordinati, apparentemente senza nessuna concessione a dubbio, paura, angoscia. Ecco alcune delle sue  prime righe, prima che il suo linguaggio diventi più fluido: ”Ore 6,05  sveglio  verifico stato mie batterie funzioni superiori articolazioni motilità- ore 6,15 apro finestre condizioni meteo controllate bel sole- ore  6,35 esercizi per migliorare mia forma, importante mia forma- ore 7,15  entro in cucina preparare colazione per  padroni- ore 7,18 orzo nelle tazze, pane tostato con burro, formaggio fresco, frutta, tutto  pronto- ore 7,19  Thor arriva a piedi nudi urla contro suo fratello piccolo Werner chiede una fetta di pane in più mette dita nel formaggio- ore 7, 25 entra in cucina maledetto Mozart” . E anche se racconta particolari buffi, si capisce che lui  ne ride soltanto con il permesso dei padroni umani. E anche se appare  piuttosto incline alla allegria , si capisce che la gioia , come il dolore , del resto,  non rientra nelle sue opzioni e nelle sue reazioni. Eppure la descrizione dei figli del suo padrone, Thor e Werner,  bambini alti come lui, suoi compagni di gioco, ha qualcosa di fresco, e si avverte in essa una vicinanza ambigua alla natura degli umani. R66Dklein gioca perché è programmato per giocare. Imita Thor e Werner, ma in qualche momento arriva a sentirsi superiore a loro, per resistenza, per coerenza, per energia. Quando il suo padrone è richiamato con il grado di Ufficiale   per la Grande Guerra Umana contro un oscuro regno popolato da creature mostruose, R66Dklein lo segue come scudiero.  La sua partenza  e il suo addio a Thor e Werner (“Ciao Thor Ciao Werner vado vado vado vado via via via via  oh vado non vi vedo non vi vedo vado o no vado vado vado via o no no ”)  ha   momenti di strano calore, se non di vera  commozione. La sua fedeltà al padrone umano durante diversi episodi bellici mostra  qualcosa di generoso, che sarebbe improprio chiamare  senso di devozione  e di amicizia, ma che un po’ vi assomiglia. R66Dklein  si  racconta con la sua intelligenza artificiale. Ma quello che colpisce è che  nel raccontarsi sembra man mano crearsi da se stesso un abbozzo di anima. Mostra  gelosia per un altro robot, scudiero di un Ufficiale amico del suo padrone, rimpiange la comodità della casa, prova orrore per le creature mostruose che gli umani combattono .  Non arriva mai all’ introspezione o alla esibizione di un ego, ma si vede che vi è vicino. Non riesce   ridere e a piangere col  suo profilo di titanio e di cristallo, ma si vede che almeno nello scrivere vorrebbe arrivare a farlo. Il racconto si chiude con il  suo ritorno a casa, il suo abbraccio con Thor e  Werner , il suo primo litigio con il gatto  Mozart e   il suo pranzo a base di un olio lubrificante dal sapore di cioccolato .»

Kloster fece segno a Umber che dovevano affrettarsi, e premette   l’indice sullo schermo per fare apparire un’ ultima copertina. Il titolo del nuovo romanzo comparve in caratteri arabi, che Umber non leggeva. Kloster, che dalla  madre Jamilé aveva appreso il farsi, vi si orientava con sufficiente destrezza,  e  con una voce diversa, più calda, quasi quasi ispirata tradusse a Umber la presentazione del romanzo. Si intitolava Saida  è innamorata.

«Saida , una  donna di travolgente bellezza, ha vissuto la giovinezza all’epoca in cui  le formazioni partigiane islamiche   hanno impegnato a lungo le truppe  dell’ UCCA (Unione commerciale cinese  americana)  in Pakistan e in Afganistan , mentre formazioni cristiane le impegnavano in Africa e America del Sud. Di irriducibile fede islamica, il capo sempre coperto da un velo verde smeraldo, Saida ha manifestato un coraggio e una energia che l’hanno resa celebre tra tutte le formazioni combattenti. Anche quelle nemiche. Si raccontava  spesso di lei. Erano nate su di lei leggende e anche canzoni. Se per i ribelli, anche per i cristiani,  era forte come un’onda e bella come una rosa, per i nemici era una megera e una puttana, sulla cui testa pendeva una taglia di un milione di yuan-dollari di Hong Kong. Non si contavano i carri di tipo Pipistrello ESS 201 che aveva fatto esplodere , i duelli all’arma bianca vinti da lei contro soldati dell’esercito cino-americano, molto meglio equipaggiati e addestrati. Era una furia, Saida, e tutti la idolatravano, o la temevano o la disprezzavano, nessuno la amava. Di questo, lei si accorse soltanto dopo la vittoria, dopo che  i ribelli con lei in testa entrarono in una città  dominata sino allora dai nemici , che , stremati da distruzioni immense,   alla fine si erano arresi. Furono momenti bui, di vendette, di sopraffazioni, di orrori. Nel resto del mondo la lotta continuava. Si capiva che i ribelli l’avrebbero continuata con ogni mezzo e a qualunque prezzo , anche a quello di distruggere la civiltà intera, pur di distruggere l’UCCA e il suo potere.  Saida non voleva più saperne niente. Aveva deposto le armi. Era ancora bellissima, e finalmente anche lei se ne accorse. Aveva la pelle bruna come il miele di castagno, i capelli neri, gli occhi lunghi e del colore della giada, un corpo scattante ma anche morbido dove doveva essere morbido. Si innamorò , lei celebrata in tutto il mondo , di un giovane sconosciuto, semplice e dai lineamenti dolcissimi, che si guadagnava la vita raccontando antiche favole e leggende d’amore. Si trovò a dover affrontare la disapprovazione di tutti i suoi ex commilitoni e amici, che la richiamavano ai suoi doveri di combattente. Lo fece con l’energia di un tempo. Lottò  contro tutti. Aveva fatto nascere leggende di sangue. Ora voleva vivere ascoltando leggende d’amore dalla bocca del giovane che avrebbe sposato.»


Kloster si arrestò, guardò ancora l’orologio. Umber era in una specie di condizione estatica, per quel bottino così ricco, Giustina France, John Wei, Chimera I, R66Dklein, Saida, personaggi a venire di cui lui ora conosceva l’esistenza. Restava uno specchio da scostare. Kloster non sapeva sino a quando quella porta sarebbe rimasta aperta sulla galleria del futuro. La notte stava passando, la decifrazione di quelle lingue contaminate e ardue , il franco-tedesco-svedese, quello del romanzo sul re degli uomini chimerici,  quello tutto contratto della prima autobiografia romanzata di un robot, l’arabo con influenze farsi, turche, urdu del romanzo su Saida avevano richiesto ore per Kloster, che doveva ogni tanto tirare il respiro e bere un sorso d’acqua. Bisognava fare presto. Umber gli stava gomito a gomito , impaziente

“Ancora un passo  , ti prego” mormorò Umber e Kloster.

“E’ l’ultimo”

“Lo vedo”

Kloster scostò così il quarto specchio. La galleria  esagonale divenne ancora più grande, ma la  luce che passava attraverso di essa sembrò subito  affievolirsi. Non c’erano più le pareti di una biblioteca. Non c’era nessun computer, nessuno schermo. Si udiva il suono di una risacca. C’erano  distese di sabbia e onde. Sentirono il vento soffiargli nelle orecchie, la sabbia finirgli negli occhi. I gabbiani e i corvi gridare volando in alto, sopra file di palme.

Poi alla luce della luna comparve un sentiero che dalla spiaggia portava verso una collina verdissima. Tra gli alberi giganti, querce, pini,  eucalipti, giunsero a una casa in pietra , alta come una torre, dalle finestre strette,  che sembravano piuttosto delle feritoie. Passava una luce fioca da quelle finestre e usciva fumo dal camino. Entrarono lentamente, attenti a dove mettevano i piedi. Nella penombra videro un camino acceso, in cui  ardevano piccole fiamme. Poi una scaffale su cui erano posati rotoli di un materiale simile alla carta,  poi un tavolo. Sul tavolo, stava un foglio su cui era appuntata una data, V AE 2409 dopo Cristo, 1777 dall’Egira. E alcune parole ,   in latino. “Oggi io monaco (seguono lettere illeggibili) ho scoperto  un racconto scritto  in una lingua dalla lunga e gloriosa storia, oggi non più parlata , derivata a suo tempo dal latino.  In esso racconto si trovano le seguenti strane vicende, da me così riassunte”

Umber e Kloster leggevano all’unisono. Mai più avrebbero pensato di finire nel latino, che entrambi traducevano  senza difficoltà. Inoltre sembrava un latino facile, molto influenzato da lingue posteriori e barbare. Vernum Aequinox, il 21 di marzo, tra quattro secoli.  Proseguirono, e la prima sorpresa del Professor Umberto Umber, italiano senza patria, scivolato in California, patria di tutti e di nessuno, fu quella di ritrovarsi di fronte alla propria lingua.

«In riva al mare, non lontano da qui, si incontrarono due uomini della stessa età, due uomini solitari e dominati da assurde passioni.  Diventarono amici, o,   in ogni modo,  si instaurò tra loro una consuetudine, che li vide passeggiare ogni mattina e parlare dei loro progetti e dei loro sogni. Non erano più giovani. E sembrava che non fossero riusciti a stringere legami con niente di solido e reale al mondo. Era un’epoca in cui , del resto, non c’era più niente di solido e di reale nella nostra civiltà . Loro vivevano di fantasmi. Uomini di buoni studi, avevano virato verso il  desiderio, verso la passione sfrenata, e gli anni che pesavano sulle loro spalle non li avevano aiutati a ravvedersi. Anzi, ricordando loro il  tempo  relativamente breve che gli restava da vivere, li avevano spinti con ancora  più forza verso i loro miraggi.  Uno osava sfidare le leggi della Luce e  di Dio, l’altro, più frivolo, si unì a lui in quella sfida per un desiderio insensato, quello di conoscere i personaggi dei romanzi futuri. Un giorno, il primo propose   al secondo di aprirgli  la porta del tempo, di intraprendere insieme un viaggio folle nei secoli a  venire, e quello sciaguratamente  accettò …»

Umber e Kloster , sommersi da un’onda di  terrore,  non ebbero bisogno di andare  avanti – avrebbero trovato i loro nomi, il loro appuntamento nella biblioteca al tramonto, i quattro specchi magici applicati contro la parete sullo scaffale e poi scostati come mattonelle traballanti- per capire senza più ombra di dubbio , con un tremito che scavò  loro lo stomaco e con un  capogiro angoscioso.  che  quel racconto li riguardava, che aveva  loro due come personaggi. E , quello che più li agghiacciò, che   stava per svelargli il  destino  che li attendeva.

Che cosa gli sarebbe  successo, lì, in quel buio  del 2409, un buio  immenso appena rotto dai riflessi del fuoco, come dopo  una apocalissi  ? Sarebbero riusciti a tornare indietro? Un’altra ondata di  terrore li sconvolse, fu una tempesta. Non riuscirono a  leggere oltre. Né avrebbero voluto. Dal tremore, dal freddo che lo aveva assalito improvviso, il professor Umberto Umber si mise a battere i denti, sembrava che non riuscisse più a smettere.  Jamshid Kloster tossì, bevve in un sorso tutta l’acqua che restava nella bottiglia,  prese lentamente i quattro specchi tra le mani. Poi tutti e due si ritrassero, con uno scatto, a occhi chiusi.

Kloster  fece i passi che lo dividevano dai  volumi che aveva tolto dallo scaffale muovendosi   con quella cauta progressione geometrica con cui si muovono gli astronauti nello spazio. Quando ebbe tra le mani quei volumi, tornò a rimetterli al loro posto. Si era riformato il muro,  la sua opacità, la sua consistenza. Le  estremità delle  copertine rigide lo toccarono producendo un rumore sordo.  Kloster aveva infilato    i quattro specchi esagonali  nella sua sacca. Non se la mise a tracolla, la prese sottobraccio. In quel momento un filo della  luce biancastra   dell’alba che arrivava entrò attraverso le vetrate. Nella sala il buio si dissipò . Loro uscirono, correndo come ladri.

Umber , che continuava a battere i denti stava dimenticando di lasciare la chiave della biblioteca nella cassetta delle lettere dei custodi. Gli venne in mente che era già al volante. Non capì perché, ma soltanto quando tornò ed  accese il motore della sua automobile si sentì un po’ più al sicuro. Puntarono verso la passeggiata a mare di Laguna Beach. Non c’era nessun traffico, ci arrivarono in un attimo. Non scambiarono una parola. Entrambi avevano paura di quel silenzio e del loro stesso silenzio.  Non erano ancora sicuri di essere tornati nel proprio tempo. Forse i due vecchi hippie , i due fedeli sognatori scivolati in California si erano sradicati persino da quello, e non lo avrebbero più riavuto.

Quella strada  d’asfalto , le quattro corsie, i semafori, certo, quei palazzi, quelle ville,  certo, ma le onde del mare, la sabbia della spiaggia,  il colore del cielo, non erano gli stessi che avrebbero visto se fossero rimasti ad attendere l’alba in quel futuro lontanissimo? Che cosa gli sarebbe capitato, se fossero rimasti? E  quel monaco scrivano che loro non avevano visto,  che forse dormiva nella stanzetta vicina, come  era venuto in possesso della loro storia? Chi l’aveva scritta? Ripassavano mentalmente in rassegna i personaggi che avevano incontrato, le loro vicende. Persecuzioni, mafie, cataclismi, esseri mostruosi, guerre. Ma anche dedizione, passione, eroismi,  gioco, amore. Come ieri. Come sempre.

Cominciarono a star meglio quando il primo chiosco aprì e comperarono  due bicchieri stracolmi di caffè. Umber, con le mani che gli tremavano, in difficoltà a estrarre una banconota dal portafoglio,  prese anche un muffin,  uno solo perché tanto sapeva che Kloster non ne avrebbe mangiato neppure quella mattina. Passeggiarono un po’ sulla sabbia, bevendo, scaldandosi.  Il sole se ne saliva dall’orizzonte prendendo energia e colore, un gran rosso fiamma che il mare appena increspato rifletteva. Finalmente arrivò qualcuno. Due senzatetto che  posarono una montagna di  sacchetti neri tutti  strappati e pieni di chissà cosa e si sdraiarono sull’erba dei giardini con la faccia dalla barba sporca e folta rivolta alla luce, come per lavarla. Poi la anziana signora in tuta bianca  che occupò la sua panchina e si mise nella posizione del loto per meditare, per recitare mantra  yoga, preghiere zen. Poi due ragazze dai pantaloni a vita bassa e dalle magliette strette e corte, con piercing che brillavano sull’ombelico , che si allontanarono sulla spiaggia abbracciate.  Presto sarebbe passata correndo con la sua  grazia  discreta Diane Keaton, ci si poteva contare.

“Sai cosa penso? ” chiese  Umber. Soltanto da poco aveva smesso di battere i denti. Poté finalmente dare un morso al suo muffin.

“No “ rispose Kloster, sorbendo con la cannuccia caffè dal grande bicchiere di carta.

“Il presente è bello”  disse Umber, con la bocca piena.

“Davvero?” domandò Kloster, sorridendogli.

 

F I N E

[Laguna Beach- Sanremo, febbraio-marzo  2009]

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[Il collezionista di cipolle , inedito in italiano, è uscito in traduzione olandese nell'antologia De Steden-verzamelaar, Serena Libri, Amsterdam, 2012]

Giovanni Battista Magnasco era uno scapolo sessantenne  proprietario di una ditta che importava stoccafissi, aringhe  e salmoni affumicati. Abitava da solo in una grande casa di via Caffaro, nell’antica e superba città di Genova. Da quando erano morti i suoi genitori, la  signora Teresa, una donna dolce e remissiva, e il Cav. Silvio Giacomo Magnasco, il fondatore della ditta,  tipo di proverbiale severità, sempre di malumore per conto suo e contrario a ogni traccia di eventuale buonumore negli altri, Giovanni Battista aveva scelto di condurre una vita ancora più chiusa e metodica. Non gli piaceva parlare , non aveva niente da raccontare, niente disprezzava di più che lo sprecare, anche parole.

 La mattina si alzava presto, si sbarbava con un rasoio a mano, si lavava con l’acqua fredda,  si vestiva sempre con lo stesso abito di flanella grigia, la camicia rigorosamente bianca, la cravatta incolore. Era la sua tenuta che valeva per tutte le stagioni. Non essendo l’inverno così freddo in Liguria, aveva sempre ritenuto inutile, come aveva fatto suo padre prima di lui, comperare un cappotto. Gli bastava infilare un pullover di lana sotto la giacca, mettere una sciarpa al collo,  in testa un vecchio cappello e via, che bisogno c’era d’altro, se ne scendeva  per via Caffaro sino alla Nunziata e di lì voltava a sinistra, poi a destra, risaliva per via Cairoli, via Garibaldi, sino a Piazze Fontane Marose, nelle cui vicinanze  aveva il suo ufficio.

  Faceva lo stesso percorso da più di quarant’anni, da quando,  finiti gli studi tecnici, era entrato in ditta, e non incontrava nessuno che lo salutasse, nessuno che gli rivolgesse un cenno della mano, nessuno che dalla porta di un bar lo invitasse ad entrare e a bere un caffè. Giovanni Battista Magnasco non era mai entrato in un bar. La colazione gliela faceva trovare pronta la domestica, Maddalena, una donna della sua età, robusta e  rubiconda, sempre lo stesso latte con una goccia di caffè, sempre lo stesso pane avanzato dalla sera prima.

  Non parlava con Maddalena se non per borbottarle qualche rimprovero ogni tanto,  e  non parlava  con i suoi impiegati se non per dare ordini e illustrare pratiche. Prendeva informazioni accurate prima di assumerli, ma soltanto sulla loro abilità nel lavoro. Se avessero famiglia o no, se avessero mogli e bambini non voleva neppure saperlo. Tanto era certo che a Natale non avrebbe mai aggiunto un sia pur piccolo regalo al regolare stipendio che doveva loro.        Giovanni  Battista odiava i regali e considerava   quelli che li fanno alla stregua di criminali. Né suo padre né suo nonno, nessuno dei due si era mai lasciato andare a  simili sciocchezze, aveva mai messo mano al portafoglio per futilità e piaceri superflui. E lui meno di loro.

  Era per  questo che adesso  , oltre a una ditta ben avviata, oltre alla casa di famiglia dove abitava,  possedeva una villa in  montagna , a  Courmayeur, un appartamento in Riviera , a Rapallo, e diversi sparsi tra Quarto  e Voltri. Prendeva begli affitti ogni mese, i suoi  inquilini sapevano bene che con lui non si sgarrava, e che dovevano essere puntuali e precisi al centesimo. Le  case in Riviera e in montagna , poiché  non riteneva le vacanze né necessarie né piacevoli, le teneva chiuse e le trattava al pari di  un investimento, al pari dei suoi titoli di Stato e  delle sue azioni delle Generali.   Tornato dall’ufficio, la sera, ascoltava la radio, non aveva ancora comperato il televisore, e non era detto che si decidesse, nonostante le sollecitazioni di Maddalena. Gli piacevano le commedie in dialetto genovese, era contento quando ne trasmettevano qualcuna,  e  seguiva  le vicende delle squadre di calcio della sua città, il Genoa e la Sampdoria, ma al  contrario dei suoi concittadini che parteggiavano animosamente per l’una o per l’altra, manifestava per le loro sorti un interesse moderato ed equanime.

   Dei giornali radio aspettava con impazienza le notizie economiche, giudicava la politica una perdita di tempo, i politici dei parassiti, quanto alla cronaca nera, per lui tutte le vittime dei crimini se l’erano cercata, e curiosamente finiva per infierire nella sua mente più sull’ucciso  che sull’assassino , pensando a volte a voce alta che se  fosse rimasto  tranquillo in casa e senza aprire la porta a nessuno, come, per inciso, lui faceva da anni, non gli sarebbe successo niente.

  Anche a cena era frugale, Maddalena gli preparava un po’ di minestrina d’aglio, un pezzo di bollito , più spesso un po’ di stoccafisso o due seppie in umido. Unica sua debolezza, una passione per la torta pasqualina, una torta di pasta sfoglia a più veli con un  ripieno a base di bietole , maggiorana , formaggio grana e  una sorta di cagliata  detta  prescinsoea, ripieno in cui si nascondeva  un uovo sodo intero, che veniva scoperto come un tesoro dal coltello che tagliava le fette. Maddalena riceveva per la sua torta pasqualina , che lei  vantava come un capolavoro, un grugnito di assenso dal suo padrone, nient’altro.

  In una vita così ordinata e  scialba – ma guai a dirlo a lui, come Maddalena tentava talvolta di fare, guai a invitarlo ad aprire una volta la casa di Rapallo, con la sua bella vista sul mare, o quella di Courmayeur, da cui si scorgeva la vetta del Monte Bianco,  guai a proporgli anche soltanto un cinema, una passeggiata alla Foce, un ristorante del centro, Giovanni Battista Magnasco non accettava che venisse considerata scialba la sua esistenza,  erano piuttosto quelle degli altri che condannava come troppo variopinte , tutte costruite intorno all’inutile, al dispendio, alla vanità-,  in una vita come la sua, diciamo soltanto così, c’era una zona d’ombra. Qualcosa che lo turbava, che doveva scacciare per evitare di farsi prendere da una rabbia malsana.

  Era sua sorella Amelia. Più giovane di lui, aveva fatto scelte opposte alle sue. Si era ribellata al Cav. Magnasco  e aveva viaggiato. Si era disinteressata alla ditta di famiglia, al punto da non avere nulla in contrario che lui ne risultasse l’unico erede. Aveva studiato Lettere – cosa che in famiglia era stata giudicata un affronto- e si era dedicata all’insegnamento, sposando un collega, letterato o filosofo, a Giovanni Battista non era ben chiaro cosa fosse, sapeva soltanto che era povero in canna, e che sua sorella ci aveva rimesso a prendersi uno così. Glielo aveva detto, e da lì erano nati litigi e incomprensioni continue.

  Se la ditta era toccata interamente al fratello, Amelia non accettava che il patrimonio immobiliare dei genitori facesse la stessa fine. L’accordo fu pesantissimo da raggiungere, ci vollero avvocati e sentenze, alla fine Amelia dovette accontentarsi di tre appartamenti a Marassi e di due  magazzini in via Gramsci. Niente, in confronto a quello che era rimasto a lui.

  Amelia aveva avuto due figli. Era rimasta vedova. Lui non aveva mai sopportato i ragazzi, un maschio e una femmina, aveva sempre cercato di vederli il meno possibile. Non era neppure andato al funerale del  cognato, non poteva fingere di essere in lutto per la  morte  di una persona che in vita non solo era stato povero di suo, ma aveva anche così male amministrato il denaro della  donna che aveva sposato.  La morte ci ha questo di bello, disse a Maddalena sorbendo il  caffelatte,  che elimina  tutti gli sprechi e le spese inutili. C’è poco da essere in lutto. Certi, ci guadagnano  a morire.  Così era per suo cognato.

   Sapeva che Amelia era rimasta in difficoltà economiche  proprio a causa del letterato o filosofo che fosse,  che il figlio, laureato in ingegneria, non aveva ancora trovato un lavoro, che la figlia, diplomata al Liceo linguistico,  si era ammalata di una rara malattia e abbisognava di cure costose. Niente, Giovanni Battista Magnasco non cedeva, Amelia gli aveva scritto e telefonato più volte, lui era sempre stato gelido. Anche nel caso di sua sorella, la principale imputata delle sue sventure era lei. Perché si era sposata? Perché aveva voluto figli? Perché non aveva diviso il lavoro  in ditta con lui, visto che parlava così bene l’inglese , e non si era occupata di stoccafissi e salmoni affumicati anche lei, invece di perdersi dietro i libri, i romanzi, le poesie e altre simili sciocchezze?

 


 

Era  il 1960, e Genova aveva conosciuto nell’estate torbidi , subbugli, scontri tra celerini e camalli  che avevano infiammato il paese e lasciato Giovanni Battista Magnasco, per cui l’unica infiammazione degna di considerazione era quella della vescica, di cui soffriva ogni tanto, totalmente indifferente.

  Da che parte fosse la ragione, per lui era sempre chiaro.  Dalla sua. Che lavorava senza grilli per la testa, che metteva soldi in banca, che faceva prosperare una ditta anche mentre i tempi stavano così cambiando.

  Come tutti gli anni, venne dicembre, i carruggi di Genova sprofondavano in un buio ancora più buio già alle quattro di pomeriggio, lui girava per gli uffici della ditta a controllare che gli impiegati non accendessero le luci troppo presto. E come sempre a dicembre tutti cominciavano a parlare di Natale. Una impiegata giovane gli chiese quella mattina se  non sarebbe stato bello adornare un albero nell’ingresso, e lui non solo non le rispose, ma cominciò a licenziarla in cuor suo.

  Nell’arco poi di quella giornata per lui infausta, Giovanni Battista Magnasco  ricevette altre due richieste che lo mandarono in bestia e gli fecero maledire  il Natale stesso. Non che ci fosse una intenzione blasfema in questo, che anzi lui si considerava un buon cristiano, molto migliore di tanti altri, uno a cui il Signore non avrebbe mai chiesto conto di niente. Che cosa mai aveva fatto di male , lui? Era proprio che il Natale sobillava gli animi, usava un falso concetto di bontà per indurre la gente a che cosa, alla fine? Ad aprire il portafoglio, a  sprecare il denaro,   il peccato più mortale che c’è. Che  se fa perdere il Paradiso non toccava a lui dirlo,  ma che certo  fa perdere la pace in terra, la tranquillità, la dignità stessa.

  E infatti, che cosa voleva sua sorella Amelia da lui, che cosa gli chiese subito appena la ricevette, con un moto di sorpresa, con un sospetto già bene in testa? Soldi. Era arrivata in ufficio con un tailleur grigio di ottima fattura, una collana di perle grosse come cipolline sott’olio, i capelli appena cotonati da una parrucchiera , e una pelliccia che lui non capì di che animale fosse ma che finì per  rendergli chiaro il quadro di una eleganza che lui non sopportava, che lo mise subito in una disposizione ostile.

  Non pensò minimamente che la sorella viveva in una città e apparteneva a una classe sociale attente quanto altre mai alle forme e alle convenienze, che se era stata ribelle da ragazza ora aveva riparato con la flessibilità che l’età concede, che forse portare quelle perle , ereditate dalla madre, come la pelliccia stessa, era un modo per non far capire a colleghe e amiche quanto fossero grandi le difficoltà economiche in cui il marito l’aveva lasciata. I magazzini e  gli appartamenti  erano stati venduti, viveva del suo non lauto stipendio di insegnante con ben due figli a carico. La ragazza poi era sempre più grave. Lei era lì per quello. Per poterla  curare meglio, portarla a Pisa, a Bologna dove esistevano cliniche specialistiche che avrebbero richiesto più mezzi di quelli che lei ormai poteva mettere in campo.

  Giovanni Battista la lasciò parlare. Lei era sempre stata dotata , al contrario di  lui, di una parlantina alle sue orecchie fastidiosissima. Parlava, parlava, e in italiano, per di più. Lasciò che si sfogasse, che versasse due lacrime molto dignitosamente asciugate in un attimo. Poi venne il responso. Non dovette pensarci neppure un momento, quella mise pretenziosa, quella voce stridula e impostata , le parole ricercate che usava qua e là, la professoressa, la moglie  del filosofo,  l’avevano terribilmente infastidito. Scrollò la testa. A lui, che era soltanto ragioniere, bastava quello. Era un gesto  secco, definitivo,  che  ricordava d’aver spesso visto fare a loro padre. No. Era  no,  e basta.

  Quello che lo colpì fu che Amelia non insistette. Prese la borsa che aveva posato su una sedia, si chiuse il collo della pelliccia, e se ne andò senza salutarlo. E cammina, pensò lui, a Pisa, a Bologna … con le spese del viaggio da aggiungerci,  come se non ci fossero buoni medici a Genova, la città più avanti in tutti i campi, in Italia …

 Nel pomeriggio, le cose andarono diversamente. Il signor Righetti era un buon impiegato, il più puntuale, il più pronto. Sembrava che stoccafissi e aringhe e salmoni fossero stati suoi compagni di scuola, tanto aveva confidenza con loro. Insomma, un buon elemento, uno di quelli che in una ditta dispiacerebbe perdere. Per questo Giovanni Battista lo ricevette più volentieri e meno sospettoso di quanto non avesse fatto con la sorella la mattina.

“Sciu Magnascu …” cominciò Righetti.

“Cuss’u gh’è?” ripose il padrone.

“Eh, baccàn …” riprese l’impiegato.

Credette lì per lì che fossero in arrivo lamentele su qualche  collega, magari su quella senza cervello che voleva fare l’albero di Natale. Lui era contento che tra i suoi sottoposti regnassero invidia e competizione. Ma il suo compiacimento lasciò subito il posto allo sconcerto. Il signor Righetti, anche lui, gli chiedeva un anticipo, un prestito, denaro, anche lui.

  Era una maledizione. Una persecuzione. Non gli permise di andare avanti. Non voleva sapere a che cosa gli servivano quei soldi. Aveva anche lui un figlio malato? Ma non era neanche sposato, il Righetti. Avrà avuto  i genitori vecchi malati, tutti ci hanno malati in casa, e se doveva pensarci lui … Non sono mica il ministro della Sanità, pensò. E nemmeno quello delle Finanze. Per chi mi prendono, per Pella, per Einaudi? No e poi no. Via a lavorare, alé. Ma con sua enorme sorpresa il Righetti non si mosse. Gli venne una specie di tremore al pomo d’Adamo, forse tremò tutto da capo a piedi, ma ebbe il coraggio di dirgli:

“Sciu Magnascu, non vi dico di darmi dei soldi così , vi dico di darmeli in cambio di una  cosa, che vi vendo a buon prezzo, che vi conviene … fate un affare”

“Che cos’è?” chiese lui, fissandolo bene negli occhi.

Righetti allora mise la mano in tasca, e Giovanni Battista ebbe la paura assurda che ne estraesse una pistola. Fu tale il sollievo quando vide che si era sbagliato che dedicò più attenzione di quanta Righetti stesso avesse mai immaginato all’oggetto che ora gli porgeva.

  Era un  orologio da tasca, quello che per scherzo viene chiamato “cipolla”,  con la cassa in argento e il  quadrante bianco su cui spiccavano i numeri  romani  in nero. Giovanni Battista  ricordò che suo padre ne aveva uno che era andato perduto. Da allora  aveva usato un orologio  da polso, che era quello che ora portava lui. Il cinturino in cuoio era tutto consumato, il quadrante sbiadito come per una specie  di polvere simile a una muffa leggera. Guardò quello tutto luminoso in mano a Righetti, ne soppesò le qualità.

“E’ antico “ disse l’impiegato” è un ricordo, e mi dispiace doverlo vendere, ma il bisogno è bisogno, sciu Magnascu, e se ci devo perdere ci perdo, questo vale almeno duecentomila lire, per voi ve  lo do a cento”

Rimase lì in attesa, reggendo la catenella con l’orologio che dondolava appena,  incerto, tremando ancora. Il padrone era imperscrutabile. Guardava l’orologio in un modo strano, come se quel lieve dondolamento lo ipnotizzasse.

  Poi, quando Righetti stava già per rimettere l’orologio nel taschino, il Signor Magnasco disse in fretta,  quasi mangiandosi la parola :

“Cinquanta”

“Ma è poco, è una cosa di valore, io credo che …”

“Cinquanta” ripeté lui.

L’affare fu concluso alle sue condizioni. Righetti andò via umiliato, ma con quei cinque biglietti da diecimila in tasca, che gli servivano tanto. Il padrone, rimasto solo in ufficio, non resistette molto senza  estrarre l’orologio dal cassetto dove lo aveva riposto. Lo guardò e riguardò bene, poi si tolse gli occhiali e se lo portò  davanti agli occhi, ispezionò  a lungo la lancetta più sottile che con il suo ticchettare percorreva il quadrante implacabile, dal III al VI al IX al XII e così via, giro dopo giro, mentre le sue due compagne più spesse si muovevano impercettibilmente, ma con altrettanta fatale continuità.

  Non c’è pausa, nel Tempo, non c’è riposo, sosta, niente, niente ferie, niente ora di pranzo, il Tempo sì che sarebbe stato un impiegato modello. Poi  pose l’orologio sul ripiano della scrivania, e cominciò a   farne roteare la  catenella in senso orario,  che produceva su quel legno lucido  un rumore sordo, frusciante, che gli diede un brivido di  terrore, come se quella catenella si muovesse da sola, tale e quale le lancette.


 

Tornato a casa, decise che  avrebbe tenuto quell’orologio non nel taschino, nascosto, e da dove per di più poteva cadere, ma  sulla sua scrivania, in bella mostra. Ogni  sera lo ricaricava, lo soppesava, seguiva i movimenti della lancetta più sottile, poi faceva roteare la catenella, e quell’effetto quasi ipnotico che gli produceva cominciò a piacergli. Pensò che quei cinquanta mila se li era spesi bene. Volle saperne di più sugli orologi da tasca.

   Così mentre andava in ufficio entrò un mattino da un orologiaio e gioielliere,  era presto, il negozio appena aperto, e lui cominciò a chiedere prezzi al negoziante, che glieli diceva secco, quasi spazientito, con l’idea che quel tipo , uno senza cappotto, con quello sciarpone e quel cappello strapazzato dagli anni, non avrebbe comprato un bel niente. Invece il Signor  Magnasco, rimasto incantato dal quadrante con i  numeri arabi, questa volta, di un prezioso Longines, disse brusco che voleva quello. Il prezzo gli fu riferito con sussiego, come a dire: non potrete certo permettervelo.

   Magnasco,  che  colse questa sfumatura nella risposta del negoziante, si limitò a tirar fuori il libretto degli assegni, e vi scrisse la cifra richiesta. Al momento di firmarlo, aggiunse, senza neppure guardare in faccia il negoziante:

“Sono Magnasco, della Magnasco & Figlio,  in banca mi conoscono bene”

“Sciu Magnascu, è un piacere, un piacere, devo farvelo portare  nello scagno, volete una confezione regalo?” fece il negoziante. Alla parola “regalo” Magnasco sollevò gli occhi su di lui come per fulminarlo. Regalo … bella  mania dei regali, è sto belin di  Natale … pensava.

“Me lo porto con me” disse soltanto, e con il pacchettino nella tasca della giacca se ne andò senza salutare, mentre il negoziante continuava a ripetere “Buona giornata, buona giornata, grazie, grazie sempre a vostro servizio …”

  Venne così il giorno di Natale, che Giovanni Battista , dopo la scomparsa dei genitori, si era abituato a passare  da solo. Non c’era neppure Maddalena,  aveva dei parenti anche lei, anche lei partiva per un paesino dell’entroterra con la sporta piena dei  famosi “regali” per nipoti e cugini che vedeva una volta all’anno. Gli lasciava il pranzo da riscaldare. Quel giorno aveva la cima  e la torta pasqualina che , a dispetto del nome, per lui era gradita in qualunque momento  dell’anno. Nessun dolce, perché a lui non piacevano, un po’ di frutta secca, un bicchiere di Sciacchetrà. Mangiò in pochi minuti.

   Il pomeriggio , dopo un pisolino, lo passò a studiare i due orologi  che teneva sulla scrivania. Li paragonava l’uno all’altro, si interrogava sulla differenza tra i numeri romani e quelli arabi, i primi così ingombranti ma realistici nella loro progressione, I, II, III, e gli altri così pratici e simbolici, misteriosamente simbolici: 1,2,3. Anche le ore, perché erano 12 e non 10, in fondo sarebbe bastato attribuire loro qualche  manciata di minuti in più a testa. E   chi aveva stabilito la divisione di un’ ora in 60 secondi, e non in 100?   In qualunque buon libro avrebbe trovato risposte, ma Giovanni Battista non aveva altro interesse che per i libri  contabili,  degli altri ne aveva sempre fatto  a meno, e non se ne sarebbe  trovato  uno  in casa sua.

  Così continuava a interrogarsi piacevolmente, ma con un fondo di morbosità. Era contento di avere acquistato un compagno al primo orologio, quello di Righetti. Lo divertiva quel doppio ticchettio. Gli dava una sensazione strana far roteare sulla scrivania quelle due catenelle sino a vederle  intersecarsi e sovrapporsi. La sera, prima del consueto caffelatte, si rese conto di aver passato in compagnia delle due cipolle, così chiamava affettuosamente i due orologi, un  Natale migliore del solito. Il tempo era andato via così in fretta che non se ne  era neppure accorto, e si mise a dormire sereno, con davanti agli occhi i due quadranti e le sei lancette con il loro movimento così scandito e così inarrestabile.

  Gli piacque talmente quella compagnia , che , passate le feste , quando  i negozi e le strade furono meno  affollate, andò una sera  da un orologiaio di via XX Settembre  deciso ad acquistare un nuovo orologio da taschino.   Il negoziante  gliene  mostrò diversi tipi. Molto simili a quelli che lui aveva a casa. Poi , con un gesto lento, di precisione, aprì un cassetto e ne  tirò fuori  uno d’oro, massiccio e brillante che sembrava un sole. Era un Vacheron Constantin. Costava un capitale. Il Sig. Magnasco comperò quello.

  Uscì dal negozio con l’aria di chi ha qualcosa da nascondere. Anche a se stesso. Aveva speso una cifra enorme, aveva contraddetto i suoi principi, si era fatto un “regalo”, cosa per cui avrebbe potuto odiarsi. Ma il fascino di  quell’orologio con i numeri romani d’oro , con le lancette d’oro, l’aveva soggiogato. Avrebbe continuato a risparmiare su tutto il resto. Avrebbe continuato a considerare una pratica criminale quella dei regali, ma gli orologi da tasca, le cipolle, quelli facevano eccezione, non erano soldi buttati, erano un investimento, una … gli venne in mente la parola chiave e  ne gioì subito … una collezione. Una collezione. Non c’era il Signor Pittaluga che aveva una collezione di francobolli che valeva cento milioni? Tutta Genova ne parlava. Le collezioni sono denaro. Valgono. Si rivalutano. Si rivendono. Con quel pensiero in testa, ogni ansia fu scacciata. Affrettò il passo per arrivare a casa. Posò l’orologio d’oro sulla scrivania, finì vicino a quello d’argento:  li rivoltò, erano proprio la luna e il sole , li fece combaciare, li allontanò, mise tra loro quell’altro con le ore in numeri arabi.  Il suo sguardo brillava con la stessa intensità con cui tremava il suo cuore.

 La passione nacque così. Da quando si pensò e si disse “collezionista”. E da quel momento galoppò. In breve il Sig.Magnasco possedette una trentina di orologi da tasca. Non poteva ormai tenerli tutti sul tavolo. Si fece costruire delle teche in legno con il fondo di velluto rosso , le appese a un muro, e gli orologi cominciarono ad allinearsi  lì dentro. Tutte le mattine li guardava prima di uscire, che segnavano  le otto in punto, tutte le sere se  ne stava in piedi davanti a loro a contemplarli, finché non gli veniva sonno, che segnavano di solito  le dieci e un quarto.

  Divenne un esperto di marche, qualità, prestazioni. La collezione presto comprese degli Omega, dei Jaeger-Le Coultre, degli Audemars Piguet, dei Piaget,  degli Erwin Sattler,  dei Girard-Perregaux, dei Philippe Watch, dei  Baume & Mercier, dei Daniel Roth, dei Maurice Lacroix.   Non badava a spese di fronte a un modello particolarmente appetibile. Divenne un visitatore abituale di  mercatini, rigattieri, antiquari e Monti di Pietà. Le  teche  coprirono tutta una parete sino al  soffitto, che brillava d’argento e d’oro, e dove le lancette, centinaia di lancette ormai, si muovevano in sincronia: uno spettacolo che dava al Sig.Magnasco le vertigini. Lui, l’importatore di stoccafissi , aringhe e salmoni affumicati, il ragioniere, che sua sorella riempiva di parole difficili con quella sua lingua, si sentiva diventare silenziosamente  il Padrone del Tempo.


 

Era passato un anno, venuto un altro Natale. Che il  Sig. Magnasco non seguisse più i suoi affari con la passata meticolosità era ormai evidente anche ai suoi  impiegati. In ufficio, si vociferava di una segreta passione del baccàn, qualcuno insinuava che avesse scoperto i piaceri della carne alla sua età, che si stesse mangiando soldi con le bagasce. Erano però tutti contenti di vederlo meno, e meno attento a ogni particolare  dell’andamento dell’azienda.  La giovane ultima assunta aveva tirato più di un respiro di sollievo.

  Invece il povero Righetti , dopo aver invano chiesto di nuovo aiuto al padrone, un bel giorno non si presentò più in ufficio, e si seppe che aveva dovuto abbandonare il suo appartamento , vendere quel pochissimo  che gli restava, scappare a vivere in Francia, dove, si diceva, si era confuso tra i barboni di Nizza, vivendo sotto i portici di Place Massena o di Place Garibaldi. Si era indebitato, anche se nessuno sapeva bene per cosa, si era rivolto a usurai, e per sottrarsi alla loro morsa non gli era rimasto altro da fare. E pensare che il Signor Magnasco, con una cifra che per lui era niente,   avrebbe potuto salvarlo.

  La domestica Maddalena, l’unica che un poco di bene glielo voleva  davvero, cominciò a preoccuparsi vedendo il padrone così cambiato. Presto una parete non bastò più, e   certe azioni e certi titoli ereditati dal padre e  saggiamente conservati vennero  venduti per trasformarsi in ulteriori teche tutte sfavillanti d’oro e di smalto. Le ore che Giovanni Battista passava per la ricarica  degli orologi e per la loro pulizia, che mai  avrebbe  affidato a  mani estranee,  divennero sempre di più.  Al mattino Maddalena lo vedeva salire sulla scaletta di legno per andare a controllare il funzionamento degli orologi disposti nelle teche più alte ancora prima di sedersi a bere il latte e caffè. Poi riprendeva, l’ufficio poteva aspettare.  Rincasava presto, certe volte anche nel primo pomeriggio. E  spesso  saltava anche la cena per continuare  il lavoro di pulizia e controllo senza interruzioni.

   Gli orologi erano tutti schedati e inventariati: funzionavano tutti perfettamente e  se proprio dovevano sgarrare, sgarravano al massimo di un secondo o due. Era per lui una ebbrezza mai provata, una specie morbosa di felicità, che escludeva sempre più  tutto ciò che non fosse la sua collezione.

  Quando gli giunse la notizia della morte della nipote, decise di andare al funerale. La giovane era stata ammalata grave  davvero, allora, Amelia non aveva mentito. Si presentò in chiesa  per la messa funebre e si sedette nell’ultima  fila di banchi. Non era commosso. Non aveva voluto bene a quella di cui ora il prete stava tessendo le lodi. L’aveva vista pochissime volte in vita sua. Non portava neppure il suo nome, ma quello del letterato o filosofo che fosse, causa prima della miseria in cui aveva finito per vivere. Vide il pianto di Amelia, stretta al figlio  che le era rimasto. Speriamo che almeno lui abbia trovato un lavoro, pensò Magnasco, se no altro che lacrime. Era così indifferente e  annoiato che si chiese perché era venuto. Aveva trascurato il funerale del cognato, poteva farlo con quello della nipote, ma il primo era un perfetto estraneo, lei aveva un po’ di sangue dei Magnasco. Era venuto per quello, per un tacito omaggio all’educazione che gli aveva impartito suo padre. Si mise a guardarsi intorno. Non conosceva nessuno. Molti erano giovani, e piangevano. Lui , a ciglio asciutto, si mise a cercare con lo sguardo se ci fosse un orologio in chiesa. Dentro, tra le navate e l’altare, non ne vedeva. A ben pensarci, non ne aveva mai visto . E come controllano il tempo i preti ? si chiese. Poi sogghignò, forse era per quello che facevano sempre delle prediche troppo lunghe. Quando passò la beghina con il canestro per le offerte, ci mise cinque lire, la moneta più piccola che avesse in tasca.

  Alla fine, ritenne suo dovere andare a salutare la sorella e il nipote. Ma loro , rotti in due dal dolore, o fecero finta di non vederlo, o non vollero proprio lasciarsi avvicinare  da lui. Peggio per loro, pensò. Uscito dalla chiesa, invece di tornare a casa volle fare due passi. Non aveva mai viaggiato, tranne che per  affari a  Milano, e per comperare la  casa di Courmayeur. Gli piaceva la sua città, la trovava una vera capitale, una città che aveva da insegnare alle altre tante cose. Camminando soprapensiero, capitò in via Pré. Un budello lungo e buio ma animatissimo, troppo per i suoi gusti, con schiamazzi di marinai e bagasce che aspettavano sulla porta di certi tuguri al piano terra. Stava  per girarsi quando un marinaio ubriaco lo urtò senza volere, lo fece cadere a terra. Qualche passante si fermò per aiutarlo, ma lui si rialzò da solo, si riassettò la giacca, vide che al gomito la manica si era lacerata, sentì un bruciore al polso, la mano sanguinava un poco. Ma lui se la fasciò con il fazzoletto e  riprese a camminare.

  Vide le insegne di una latteria, di una farmacia, forse poteva entrare, chiedere che lo medicassero. Ma lì vicino qualcosa lo attrasse di più. Una vetrina con un cartello “Compro oro e preziosi” e, su una mensola, un certo numero di orologi dalla cassa luccicante. Entrò. Dietro il banco, sedeva un uomo della sua età, che gli somigliava nei tratti del volto, vestito però con una giacca di un colore indefinibile, tutta lisa e stropicciata, una casacca ricamata invece della camicia, in testa un berretto che sembrava un turbante. Parlava italiano con un accento straniero che Giovanni Battista non seppe identificare. Tra gli orologi esposti, ne notò uno d’oro, lo volle tenere in mano, vide che la marca era Longines, come il primo della sua collezione, quello che aveva strappato per cinquantamila lire al povero Righetti. Aveva uno splendore particolare, quell’orologio, l’oro era lucido e caldo, il quadrante di un avorio luminoso, le lancette avevano un tic tac perfetto. Decise di comperarlo subito. Chiese il prezzo convinto che  quello strano negoziante così male in arnese gliene avrebbe sparato uno  spaventoso. Mi ci balleranno più di … stava almanaccando Magnasco, Ma la risposta del negoziante lo interruppe con sua piacevole sorpresa.

“Cinquantamila “ disse. Pronunciò la c come una sc e le a come  e.

“Cinquantamila lire?” ripeté Magnasco per essere sicuro. L’altro fece cenno con il capo di sì.

Gli porse l’orologio. La catenella era pesante, e d’oro anch’essa. Magnasco pagò e  uscì. Sentiva la cipolla appesantire la  tasca della giacca  Ho fatto un affare, pensò con ingordigia . Nel prendere la cipolla in mano, la macchiò di sangue. La pulì subito con il fazzoletto, e continuò a strofinarla mentre camminava un po’ zoppicante  lungo via del Campo sino alla Nunziata per poi prendere la salita del Caffaro, verso casa. 


 

Ripose quel Longines in una teca, era il trecentotrentatreesimo orologio della sua collezione, li aveva contati e inventariati tutti, come un buon collezionista deve fare. Non sapeva perché, ma nonostante il prezzo a cui lo aveva ottenuto, o forse proprio per quello, gli sembrava proprio bello, forse il più bello di tutti,  con la sua robusta e lucentissima  cassa d’oro , i numeri romani in oro anch’essi robusti e brillanti. Mentre se lo stava  rimirando   tondo e perfetto contro il velluto bordeaux della teca, avvenne un fatto che lo mise in allarme: le lancette improvvisamente si fermarono. Non avrebbero dovuto,  sembrava impossibile che la carica fosse già terminata. 

  Allora lo estrasse, lo ricaricò  girando con le punte delle dita la rotella sinché sentì che non aveva più gioco,  lo carezzò  a lungo e lo rimise al suo posto. Andava, il tic tac regolare lo rassicurò.  A letto  stentò a prendere sonno , strano perché non gli accadeva mai.  Il mattino dopo fu quello il primo orologio che controllò. Lo trovò avanti di un’ora e trentatre minuti. Questa volta lo sconcerto fu più grande.

   Forse era stato il contrario di un buon affare, quella cipolla, forse era un imbroglio, una patacca, già doveva pensarci, in via Pré, un negoziante vestito mezzo da indiano, con quell’accento biascicato. Dovette ripetere l’operazione, tirare fuori l’orologio dalla teca, regolare le lancette sull’ora che tutti gli altri 332 orologi segnavano con precisione, carezzarlo ancora a lungo sino a renderlo lucidissimo, abbagliante come una fiamma, e riporlo. Fu inquieto tutto il giorno. Gli impiegati della ditta si accorsero che qualcosa era andato storto al baccàn, lo sorpresero soprapensiero più volte.

  La sera affrettò il passo per arrivare a casa. La salita di via Caffaro gli procurò il fiatone, tanto la fece veloce. Questa volta trovò l’ultimo Longines della collezione indietro, e di nuovo  di  un’ora e trentatre minuti giusti.

  L’indomani lo mise in tasca e si diresse verso via Pré. No, non si lasciava prendere in giro lui, Giovanni Battista Magnasco della Magnasco & Figlio. Gliele avrebbe cantate a quel negoziante straccione, gli avrebbe fatto vedere di che pasta era . Un orologio che fa i capricci in quel modo non era adatto alla sua collezione, ne avrebbe chiesto uno in cambio, o , peggio, le sue cinquantamila lire indietro, una sull’altra. Arrivò in via Pré guardingo, non voleva che qualche altro marinaio ubriaco lo urtasse, o gli vomitasse addosso, perché ce n’erano che vomitavano brodaglia  rossastra così dove capitava. Rifece gli stessi passi, rivide le stesse bagasce ferme sui portoni, la latteria, la farmacia, si fermò, si guardò intorno costernato, ebbe un capogiro. Cercò ancora. Fece una cinquantina di passi  avanti, poi indietro. Poi , in preda a un panico crescente, tutta via Pré in lunghezza, ispezionando targhe e vetrine dall’uno e dall’altro lato della strada. “Vieni su , tesoro!” gli urlò una bagascia dai fianchi particolarmente larghi e la bocca tutta dipinta di un rossetto quasi grumoso, il Sig. Magnasco le rivolse un gesto seccato, come se volesse scacciare una mosca dalla fronte.

   Doveva essere lì. Dopo la latteria e la farmacia, ne era più che sicuro. Invece non c’era niente. Un portone buio, altre bagasce che ridevano rumorosamente tra loro, una zaffata di odore di sudore e di fritto insieme. Del negozio  dell’orologiaio, del cartello “Compre oro e preziosi”  neppure l’ombra. Come aveva potuto volatilizzarsi così, chiudere e sparire da un giorno all’altro? Se lo era sognato? Era stata una allucinazione? E allora da dove proveniva quella cipolla che stringeva con la mano nella tasca e che gli stava causando tante preoccupazioni?

  Decise così di portare   l’orologio dal suo orologiaio di fiducia, vicino a Piazza De Ferrari. Questi  lo rigirò tra le mani ammirato, lo aprì, ne ispezionò i congegni con una lente, e poi se ne uscì con una diagnosi  definitiva:”perfetto”.

  Perfetto un accidente, pensò il Sig. Magnasco appena fu a casa. L’orologio si era fermato di nuovo. Oramai era una provocazione, una sorta di guerra tra lui e quella cipolla ribelle. Posò il Longines sulla scrivania, lo guardò con una aria di odio e di sfida.

 

Ma fu la notte,  quando  decise quasi con ripugnanza di  provare  a ricaricarlo, che successe l’impensabile. Le lancette, quelle grosse lancette d’oro   si misero a girare con una velocità spaventosa  intorno al loro perno sui numeri romani  : I  II III IV V … Non si vedeva sul quadrante che un’ombra vorticosa, come se fossero le eliche di un elicottero  a ruotarvi, o le ali di una libellula. Il Sig. Magnasco fu preso da uno sgomento che gli strinse la gola sin quasi a soffocarlo,  poi si alzò di scatto facendo traballare la sedia e corse  in cucina  in cerca di  un bicchier  d’acqua.

   Glielo porse Maddalena spaventata, lui bevve in un sorso unico, poi le fece segno di restare ferma, di non disturbarlo, di non fiatare. Tornò nel suo studio, si avvicinò all’orologio con circospezione, lo prese tra due dita, gli sembrò diventato più grande, la circonferenza e lo spessore. Non ebbe  il tempo di pensare a una  illusione ottica, che successe l’inimmaginabile. Prima si mise a ruotare in senso orario la catenella , una rotazione che divenne subito vorticosa, poi l’orologio cominciò a saltare , a dimenarsi come in una danza tribale picchiettando contro  il ripiano della scrivania.

  Magnasco  si sentì svenire. Non soltanto quell’orologio, tutte le sue certezze saltavano. Non capiva cosa stava succedendo sotto i suoi occhi, ma sapeva , sentiva che era qualcosa di perverso, un messaggio di spiriti malvagi, anche se non aveva mai creduto che ne esistessero. Appena si riebbe , spinse il braccio cautamente in avanti,  portò la mano sopra l’orologio, lo schiacciò con forza contro il legno della scrivania. Dovette vincere una forte ripugnanza per riuscirci. Ma ci era riuscito. La catenella si era già fermata , ora anche la cipolla si fermò. Ma per poco. Con orrore, Magnasco vide il quadrante  crescere di dimensioni, allargarsi ruotando lentamente ora, sfavillare sempre più, sino ad assumere le dimensioni di un piatto di portata, e la lucentezza di uno specchio.

   Per un po’ non ebbe il coraggio di avvicinarsi. Quando lo fece,  si accorse,  chinandosi , che il quadrante dalle lancette ora inesorabilmente ferme, tra   il III e il IX, rifletteva la sua immagine: ma non la sua immagine di come era ora, un sessantenne dai capelli grigi e dalle rughe intorno agli occhi, ma quella di  quando era un bimbo, si riconobbe, stessa pettinatura, stessi lineamenti, e vicino a lui, ancora più riconoscibile, la buonanima di sua madre e quella di suo padre, il Cav. Magnasco, con quella inconfondibile aria di severità. Poi  questa immagine scomparve, e un’altra prese forma.

  Il  Sig. Magnasco  sudò freddo: era lui, ancora lui, ma questa volta solo, pallido , cereo,  su un letto di morte. E allora le lancette  si misero a ruotare ora con una lentezza lugubre, millimetrica, sino a posarsi una sul IX, l’altra sulla nona tacca che indicava i minuti: sino a segnare  le nove e nove.  Poi si fermarono di nuovo, e per sempre.

   Quando   tornò  in grado di pensare, pensò subito che quei numeri gli  avevano predetto il momento della sua fine: o alle nove e nove di mattina, il giorno dopo, o il  9 del nono mese dell’anno. Non prese in considerazione  altre ipotesi che queste due. Anzi, delle due, la seconda gli sembrò subito la più verosimile, e la più temibile.  Subentrò la rabbia alla paura, o meglio  i due sentimenti si fusero insieme, feroci e distruttivi. Per tutta la notte non chiuse occhio. E se li chiudeva un attimo, vedeva  lancette volteggiare e poi trasformarsi in lance vere e proprie che volavano e lo colpivano al torace, al collo, alla testa. Sobbalzava, alzava la testa dal cuscino. Avrebbe urlato.

  Le nove e dieci del mattino vennero , finalmente. Ed ebbe così la conferma che l’ipotesi giusta era la seconda. Gli restava da vivere ancora qualche mese. La condanna era quella. Ora che sapeva la verità, si alzò e andò in cucina, si fece consegnare da Maddalena  , sempre più stupita dal cambiamento del suo padrone, un batticarne. Poi entrò nello studio , prese bene la mira e colpì  l’ultimo Longines con un colpo fortissimo, che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto infrangere il vetro in mille pezzi e deformare le lancette. Invece non successe niente di tutto quello.

   Piegato in due dall’orrore, Magnasco vide sul ripiano della scrivania colare dall’orologio  gocce di sangue , ma di un sangue pallido, acre, dall’odore di aceto.

 


 

 Era la primavera.  Stagione di cui il  Sig. Magnasco non aveva mai avuto una particolare stima. Una stagione che  mette fiori sugli alberi e grilli per la testa. Ma ora per la prima volta quei pomeriggi più lunghi , quelle ore di luce formicolante per i vicoli tra i panni stesi e le persiane verdi aperte e a  volte sbattute da una folata improvvisa di vento gli piacquero, ora che intuiva che erano gli ultimi, che non ne avrebbe più visto altri, e che doveva profittarne per sistemare tutte le sue pendenze con la vita.

  L’ultimo  Longines gli aveva annunciato    che il 9 di settembre sarebbe morto, dunque gli restavano pochi mesi, una primavera e una estate, neppure tutta. Francamente, il Sig. Magnasco ebbe giorni di  angosce e ansie che gli procurarono anche orribili dispepsie e diarree, e si sentì meglio soltanto quando   riuscì a liberarsi  dell’orologio maledetto, della cipolla impazzita.

  Lo aveva raccolto con mani tremanti, ,  messo in un sacchetto , continuava ad odorare di aceto,  a lasciar trasudare  microscopiche gocce di sangue. Dopo averci molto pensato, una notte vagabondò come un senza tetto nella ragnatela di vicoli del centro sino ad arrivare al  sagrato di San Lorenzo, l’antica chiesa nel cuore della città, quella dove viene conservato un Tesoro di inestimabile valore, la coppa  dell’Ultima Cena, il piatto dove fu posata  la testa tronca del Battista, un frammento ligneo della Croce di Cristo.

   Lasciò l’orologio davanti a un portone, dove di solito sedeva un mendicante lacero e dalla barba tutta sporca. Pensava che se quell’orologio era stato il diavolo a portarlo in terra,  abbandonarlo  sulla soglia di un luogo così sacro era la cosa migliore  da fare, forse lì la sua magia nera non avrebbe più avuto effetti, forse sarebbe stata sconfitta.       

  Si sentì libero, dopo quella notte. Come non si era mai sentito nella sua esistenza. L’odio con cui aveva colpito, tentato di fare  a pezzi l’ultimo arrivato nella collezione era tanto che si diffuse sulla collezione intera. Che stupido era stato, tutti quei soldi, e per avere cosa? Altro che Padrone del Tempo, ne era stato  lo schiavo, e ne era  il martire, ora, sapendo  che gliene restava così poco.

  Così una per una le cipolle uscirono dalle teche e presero le strade più diverse. Voleva sbarazzarsene, non rivenderle, farle fuori, non aver più nessun rapporto con esse.

  Cominciò dal primo Longines, quello comprato dal povero Righetti, un giorno lo consegnò alla esterrefatta giovane impiegata , quella che voleva fare l’albero di Natale, perché andasse a Nizza  a cercare per le vie del centro, tra i tanti  senzatetto,  l’antico proprietario e glielo riconsegnasse, con allegate cinque banconote da diecimila lire.

   Alcuni degli orologi finirono ai suoi impiegati, sempre più sotto choc di fronte alle scelte del baccàn, altri a Maddalena, anche lei senza fiato nel vedere Giovanni Battista regalare qualcosa per la prima volta nella sua vita, senza fiato nel sentirlo parlare la sera, nel sentirlo ridere qualche volta, nell’avere l’impressione che la guardasse con occhi diversi, e che fosse qualche volta lì lì per abbracciarla, per cingerle la vita e schioccarle un bacio sulla guancia  o forse persino sulla bocca.

  Gli orologi erano tanti, cominciò a seminarli per strada, sulle panchine dei giardini, che qualcuno, fossero pure  gazze , se li prendesse, e poi nelle sale d’aspetto della  Stazione Brignole,  della Stazione Principe, dove barboni, pazzi, derelitti, senzatetto si affollavano ogni notte.

  Tutti pensavano che stesse dando di matto. Ma lui sapeva  quello che faceva. Chiese perdono alla sorella Amelia. Non fu facile per lui chiederlo. Non fu facile concederlo per lei. Ma alla fine ci fu un ricongiungimento, anche se senza abbracci. Il nipote, l’ingegnere che stentava a trovare lavoro, ebbe un posto in ditta, dove si fece subito elogiare per impegno e intelligenza, e dove si innamorò a prima vista  della giovane impiegata che Magnasco aveva a lungo considerato una scervellata. Ora concesse la sua benedizione al matrimonio dei due giovani, a patto che si celebrasse la primavera ventura. Lui non ci sarebbe più stato. E si sarebbe evitato la seccatura della cerimonia e del regalo. Perché anche quando si cambia, non si cambia mai del tutto e in tutto.

 

Venne  agosto, la ditta chiuse una settimana, Magnasco dette finalmente retta a Maddalena, aprì la casa a Rapallo, si affacciò dalla finestra che dava su tutto quel verde frastagliato, incorniciato dall’azzurro del mare e del cielo, fece qualche passeggiata sino al Castello, si sedette con Maddalena a un caffè , gustò al mattino la focaccia appena sfornata, e il pomeriggio, forse per la prima volta nella sua vita, un gelato al cioccolato e alla vaniglia.

Nascondeva abilmente angoscia e paura. Quando  a un tavolino di un caffè del porto  Maddalena glielo disse:

“Sciu Magnascu, cumme i se’ cangiou”

“Cambiato, cambiato, fate presto voi …”

E per dimostrare che non lo era poi tanto, infilò nel portafoglio il resto moneta per moneta, sino alla più piccola,  mentre il vecchio cameriere aspettava impalato lì davanti, proiettando un’ ombra lunga  e scura quanto il   suo volto.

  Il  giorno 8 del mese di settembre arrivò. In tutta la casa di Magnasco non si sarebbe più trovata una cipolla. Neppure l’orologio da polso portava più. E  poco prima della mezzanotte, confidando che a quell’ora in via Caffaro non passasse più nessuno, gettò dalla finestra l’unico orologio che  era rimasto in casa, una piccola pendola che stava da sempre poggiata su un mensola dell’ingresso. Udì il rumore simile a un boato, controllò che fosse andata bene  in pezzi.    Tra un po’, nell’arco delle successive ventiquattro ore,  sarebbe toccato a lui. Svegliò Maddalena, la vide per la prima volta con i capelli sciolti, l’avrebbe abbracciata. Ma le raccomandò soltanto di non disturbarlo per tutto il giorno successivo. Lei allargò le braccia, fece segno che  avrebbe obbedito.

  A mezzanotte in punto Giovanni Battista Magnasco si sdraiò sul letto, senza spogliarsi, anzi riannodandosi con cura la cravatta incolore e lasciandosi le scarpe ben allacciate. Non si sarebbe mai più mosso di lì. Sarebbero stati gli altri a portarlo via,  Maddalena la prima a trovarlo.  Non sapeva il momento esatto, l’orologio non glielo aveva indicato, ma il fatidico giorno 9 del nono mese dell’anno era cominciato, e  per lui sarebbe finita. Non avrebbe più visto finire  l’estate e venire l’inverno ,  il giorno  e la  notte sarebbero state la stessa cosa. Mi verrà sonno, e sarà eterno,  si disse soltanto questo. Non era mai stato bravo a parlare, neppure con se stesso.

  In seguito non ricordò mai più quelle lunghe, lunghissime  ore   trascorse immobile in camera, in attesa che ogni momento fosse quello giusto, non ricordò se   aveva delirato, se aveva lasciato spago alla memoria, se  aveva  dormito, e come. Non avendo orologio, non poteva calcolare lo scadere della mezzanotte , l’archiviazione di quel giorno 9 funesto,  l’avvento di quel giorno 10 che per lui non sarebbe dovuto arrivare.

  Ma quando vide che una luce bianchiccia  passava attraverso le persiane,  si alzò di colpo. Poggiò cauto i piedi sul tappeto, li  rialzò sulle punte, li appoggiò di nuovo. Si toccò la faccia. Si divincolò come se prima fosse stato legato e tenuto  prigioniero. Aprì i vetri della  finestra, scostò le persiane. In strada non c’era ancora nessuno. Poi udì i passi di Maddalena nel corridoio, mentre andava in cucina a preparare il caffè. E con sua immensa sorpresa, con un sollievo incommensurabile, eppure  non privo di  un filo di delusione che nessuno avrebbe saputo spiegare, capì finalmente che si era sbagliato. Che l’orologio maledetto, che aveva fatto il pazzo e il profeta,  era anche stato falso come Giuda. Che il Tempo continuava a passare. Anche senza lancette e quadranti. E anche per lui. Sentì  di esser vivo come non lo era mai stato. E senza  sapere, pari a tutti  noi, quanto lo sarebbe ancora rimasto.

 

 

                                      FINE

 

© 2015 Giuseppe Conte

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