19 dicembre , lunedì PDF Stampa E-mail
Il diario di Didimo Chierico


Saluti e auguri di  Buone Feste per i   23 lettori di Didimo. 

Sono appena tornato dall'India, un tour di letture e conferenze tra New Delhi, Chennai e Pondichery. Su invito dell'Institut Français, come autore compreso nella monumentale antologia Les poètes de la Méditerranée. Una assistenza perfetta. Un calendario impegnativo e foltissimo. Letture e incontri agli auditori dell'Alliance Française, una presenza al Festival Poetry with Prakriti di Chennai, lezioni in ogni ordine di scuole, compresa una scuola di danza. L'India è in movimento frenetico, in una condizione caotica e propulsiva di sviluppo. C'è nebbia e smog nelle megalopoli come New Delhi, la vecchia Madras, oggi Chennai, è irriconoscibile, Pondichery , o almeno la ville blanche costruita dai francesi, continua ad avere un suo fascino pittoresco  e coloniale. A Le Cafè, sul lungomare, si può prendere caffè e croissant e la sera un piatto di ottimi gamberi grigliati. Il vecchio Didimo , che non ha mai nostalgia, talvolta ha nostalgia dei piccoli piaceri della Vecchia Europa. 
Europa: i giornali indiani usano due parole chiave per parlarne: declino e sclerosi.
Io l'ho sempre detto:togli la vitalità, l'entusiasmo, lo slancio a una società (e a una cultura, a una letteratura) e la fine è in arrivo. Il bello è che tanti godono , e passano il tempo e descrivere le condizioni del declino e della sclerosi. Della fine.

Arrivo in Italia , dai 32 gradi del Golfo del Bengala passo a questi freddi. Amici mi chiedono cosa penso   del governo  Monti. Lo trovo superfluo. quasi offensivo. Che cosa posso pensare io ? io che ho speso una vita nella poesia, nella conoscenza, nella vita dello spirito e della forma della bellezza di un signore educato e misurato che ha lavorato per Goldmann Sachs? Che ha attraversato tutti i poteri più veri del mondo? Io penso che i banchieri sono tristi e inespressivi, che, anche senza volerlo e saperlo,  rapinano il mondo della sua bellezza e innocenza, dovunque. Se non pensassi così, tradirei me stesso, vorrebbe dire che non credo in niente di quello che ho fatto in tanti anni della mia vita. Non avrei tradotto Shelley  e Whitman, non avrei elaborato una mia visione dle mondo dove vengono prima la poesia e lo spirito, poi la politica, poi l'economia, ultima  e non prima.

Alla serata di Writers etc. a New Delhi ho commentato la mia risposta scherzosa, stampata sul programma, alla domanda:quali sono tre cose che ti servono per scrivere? Io avevo indicato: despair (disperazione) journey ,( viaggio) ,milk chocolate ( cioccolato al latte).
Ho proposto un esercizio  che ora, tradotto in italiano, propongo ai 23 lettori di Didimo.
Per ognuno dei tre termini, ho dato tre definizioni:

La disperazione rende liberi.
La disperazione ci spinge alla ribellione.
La disperazione ci fa sentire più vicini alla verità.

Il viaggio è una metafora della vita.
Il viaggio è una metafora della morte.
Il viaggio ci connette con il movimento continuo del cosmo.

Il cioccolato al latte ci dà energia.
Il cioccolato al latte ci dà dolcezza.
Il cioccolato al latte ci dà la sensazione di una infanzia eterna.

Sottolineate ora i nove termini finali di ogni proposizione, e avrete le nove cose che davvero mi servono, e forse servono in assoluto,  per scrivere, soprattutto poesia : libertà, ribellione, verità, senso della vita, senso della morte, cosmo, energia, dolcezza, infanzia eterna. 

Tutto questo ai banchieri , ai politicanti, agli assessori, ai corrotti, ai ladri, ai faccendieri, ai mestatori,  ai farabutti, ai bastardi, mi rendo conto che non serve per niente.
   

 
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Il diario di Didimo Chierico



L'Italia è un paese perduto. le isole di resistenza sono poche. Ma esistono. Io credo ancora che si possa uscire dal baratro in cui siamo precipitati. Mi ancoro alla poesia. Ho  letto poesie domenica mattina a Saronno, davanti a un pubblico civilissimo, ne ho letto oggi a Sanremo, davanti a un pubblico altrettanto civile, in una città dove tutto è più difficile. A Saronno, non avendo a disposizione un leggio. non ho potuto leggere una poesia lunga, in 4 tempi, sinfonica. Mi è dispiaciuto privarne quel pubblico . Oggi ho potuto. Una gentile signora dall'accento tedesco mi ha chiesto dove poteva trovare quella poesia. E' uscita soltanto in plaquette, è introvabile, e in volume non uscirà che nel 2015 (se il mondo e i libri e noi ci saremo ancora). Le ho promesso di pubblicarla nel mio sito. Detto fatto. Didimo mantiene la parola. Anche se non serve a niente. E probabilmente la gentila signora dall'accento tedesco non visiterà mai questo sito. Stranamente, neppure Giovanni C, il gran critico armeno, la conosceva. E' anche per lui. E per i 23 lettori di Didimo, pazienti e affezionati.   


 

 

       NON FINIRO’  DI  SCRIVERE SUL MARE

 

1                      

 

Non  finirò di scrivere sul mare.

Non finirò di cantare

quello che c’è in lui di estatico

quello che c’è in lui di abissale

la sua vastità disumana

senza pesantezza, senza un vero confine

la sua aridità senza sete, senza spine

le sue forme in perenne mutamento

sottomesse alle nuvole , al vento

e al cammino in cielo della luna.

Non ne conosco, non c’è nessuna

cosa più docile e più feroce

più silenziosa e più roca

più malleabile e turbolenta

di te , mare.

Ti piace contraddirti perché sei libero

e per i liberi. Ti piace ridere

sotto il bianco tiepido soffio del  levante

ti piace saccheggiare  con le libecciate

e piangere con nere palpebre  tagliate.

Hai visto civiltà passare, quante ?

Molto prima degli uomini e degli imperi

molto prima delle montagne e delle foreste

tu eri là.

Celebravi le tue solitarie feste.

Hai visto le triremi  dei cartaginesi

le galee  armate dai genovesi

numerose come stelle, alte come torri

le navi  che portarono in Islanda

i vichinghi fuggiaschi che raccontò Snorri

Sturluson con le sue fisse metafore.

Hai visto come si nasce e come si muore,

hai visto i polipi e i coralli sul fondale

i naufraghi e i relitti, il bene e il male,

sei un vecchio padrone cinico

una vecchia madre troppo carezzevole

sei un amante incestuoso

sei un onanista, un asceta.

 

E se ti contraddici, è perché sei libero

e per i liberi, non hai dato all’uomo

la possibilità di recintarti, di venderti

di fare di te lotti, proprietà

hai dato fiori di luce senza frutti

hai dato ricchezze , hai dato lutti

ma mai tutto te stesso.

Di te nessuno può dire :sei mio.

Sei di tutti e di un esiliato dio.

Non servi, non ti inchini

se non alla legge delle maree

che un metronomo cosmico ha definita.

Ti amano i solitari, i lussuriosi

che trovano in te tutte le sinuosità

tutte le vischiosità del piacere

ti amano gli increduli, i cercatori

d’oro e di  niente,

gli esseri tenuti in scacco da un insano

desiderio di conoscere l’eterno grazie al presente

ti amano i visionari, gli avventurieri,

tu non sei per chi è statico e appagato

ti amano i disperati  tenuti prigionieri

da un sogno che non si è mai avverato.

 

 

2     

 

 

Non finirò di scrivere sul mare.

Perché il mare è le sirene la cui voce

calamitante d’ amore  oscura

voglio ascoltare  senza paura

io che non ho dove tornare, non ho un’Itaca

né Penelope né Telemaco che valgano

più del canto e delle traversate.

Perché il mare  è le balene, i cui corpi

vasti e grondanti , innocenti,

scaldano i desideri più smisurati

e danzano nel più lento

arduo accoppiamento

che si conosca sul pianeta.

Perché è le onde, istantanee e frananti

che scalpitano e scavano dall’orizzonte

sino alla riva, è la spuma che riga

l’aria  di salino

è sentirsi vicino

all’inizio di ogni lacerazione

al primo scoccare del tempo

alla prima decisione

di una cellula,

o sogno che sia stato , dirompente e fatale,

di  diventare mortale.

 

 

 

3

 

Sono esausto, sono ferito, ma

neppure così sarà finita, mare,

te lo assicuro, per quanto potrò

scriverò ancora su di un mattino

come questo che sul parabrezza

della mia auto, appena atterrato a Nizza,

mi sei venuto in corsa incontro

tutto celeste e strappi e soffi e gridi

come sei spesso nella Baia degli Angeli

colore del mantello della Vergine

dipinto da Beato Angelico, ma gettato

su rami di meli e ciliegi fioriti.

Scriverò di quando tu

oleoso e nero e stellato traccheggi

tra gru e silos, pontoni e rimorchiatori

mare del porto, mare dei lavoratori

chiuso tra muraglie di container

sezionato dai moli

ma capace di una musica che voli

come questa tutta rovine e ranuncoli

nuovi sciami di api e nuova brezza

rugiada ritrovata , carezza

al  fondo del baratro del nulla

questa che irrompe da non so dove di te

stanotte sul Golfo della Spezia.

E io ti dico grazie, grazie, grazie

mare,  Vita , Desiderio di vita,

redenzione d’amore che fa rinascere

anche dopo la morte per fuoco  degli dèi

bisogno irrefrenabile di sempre

rinata vita.

Non sarà finita.  

 

 

4

 

 

Scriverò sulla tua anima

a pezzi nei sacchi di plastica

di chi ti avvelena e ti spopola

di chi ti snatura

e ti  riscalda fuori misura

in modo che tu sciogli

monti di ghiaccio e sperdi

fuori dei confini a cui sono usi

pesci di tante  famiglie

e fai proliferare le meduse.

Ci sono uomini schiavi che vorrebbero

ridurti a schiavo, profanarti

per la loro fame di  nafta e petrolio

occuparti, violarti, dare un prezzo

anche a te, farti cimitero

di uccelli, delfini e migranti.

Ma non potranno. Per quanti

siano basta una tua onda a respingerli.

Non saranno mai chiuse

le porte del tuo tempio , mare,

così sante per chi ancora le sa vedere,

tu azzurro come le moschee di Isfahan,

tu dorato come la cattedrale di San-

tiago de Compostela

tu orizzontale come quella di Palma

de Majorca, estesa,  calma,

quasi fosse un tuo riemerso altare.

Non finirò di scrivere sul mare.

 

Da ragazzo volevo imparare a camminare

su di te, leggero come un ramo,

rispondendo a non so quale richiamo

di profezia, di eresia.

Lo voglio ancora, ne voglio ancora,

di mare, di poesia.  

Per tutte le infelicità, le umiliazioni

per tutto quello che di male

mi fa la terraferma, tu sei medicina,

mare, spettacolo che appare

sempre crudo  e dolcissimo ai miei occhi

come questo della tortora maschio

che sulla riva con assurdi tocchi

d’ala, planate, rincorse, svoli

insegue senza mai riuscire a prenderla

la tortora femmina.

Un coito impossibile, come il tuo

con la terra, come il mio con la vita.

Eppure sono qui, non è finita

ancora. E scriverò di te,

sempre di te, delle tue amare

verità di sale

della gioia che dai alle vele,

di te che sei ciurma e solitudine

di te che sei infinito e finitudine

padre o madre o fratello primogenito

spalancato come un abisso,

segreto come una conchiglia

sempre al di là di quello che possiamo conoscere

e se ti contraddici è perché sei libero

e per i liberi, non  finirò di scrivere

su di te mare, il sempre mare,

non finirò di cantare

di te.                                           

 

Giugno 2009                        

 

 

 

 

 

 

Questa poesia in quattro sezioni e con andamento sinfonico  è stata scritta appositamente per l’occasione del Premio. Dopo aver scritto due testi satirici, e a rischio di disincanto, sono tornato al movimento lirico , simbolico e mitico tipico del mio lavoro da oltre trent’anni. La prima idea del testo è balenata a Palma de Majorca,  i primi versi sono stati scritti a Saint-Jean Cap Ferrat durante il locale Festival du livre de mer, e poi il lavoro è continuato tra La Spezia e Sanremo. Gli autori di cui ho maggiormente sentito gli echi scrivendo sono D.H. Lawrence  ,  J.L. Borges e l’ultimo Mario Luzi. Alcune presenze hanno influito sul testo, quella di Paul Watson, tra i fondatori di Greenpeace, ascoltato a Cap Ferrat combattivo e piratesco in mezzo a giovani e bellissime aderenti di Seashepherd, quella della navigatrice Catherine Chabaud, ascoltata nella stessa occasione. Gli amici chi mi hanno incoraggiato e a cui devo un ringraziamento particolare sono Margarita Moragues e suo marito Olivier, per i nostri discorsi sulla bellezza, Stefano Verdino, che mi ha ricordato la presenza di Wagner sul Golfo della Spezia, Giuseppe Sertoli che mi ha fatto leggere alcune pagine terse come il diamante di Elizabeth Bishop. 

 

 
2 agosto, martedì PDF Stampa E-mail
Il diario di Didimo Chierico

Non so perché Aldo Nove, che ha già 500 000 amici su Facebook abbia un giorno chiesto la mia amicizia, penso inavvertitamente, perchè il ragazzo 9 non è mai stato molto benevolo verso di me. Io invece ho apprezzato il suo ultimo libro di poesie, piuttosto mitomodernista. E in genere concedo l'amicizia automaticamente a chiunque me la chieda. Solo che ora ogni volta che apro la mia pagina, fatta male, non curata, mai aggiornata, mi devo sorbettare non solo i vaghi pensieri del 9, che qualche volta sono condivisibili, altre odiosi,  mediamente intelligenti, ma anche i pensieri dei suoi 500 000 amici. Che sono spesso relitti di una posizione tutta odio e nichilismo che ha a lungo attecchito tra gli intellettuali italiani medio-piccoli. Gente che non vede che lo sfregio, lo sberleffo, la dissacrazione, in un mondo che non si accorgono neppure quanto è già sfregiato,sberleffato e dissacrato. Uno dei 500 000 amici dice, più o meno: vorrei bestemmiare davanti a Claudia Koll. Ma cosa gliene frega, ma non ha altro da pensare e desiderare, ma in che ristrettezze di orizzonte mediatico vive questo qui! Claudia Koll. E lasciatela convertire. Anch'io la preferivo figone. Ma che bisogna rispettare le scelte altrui, a molti non passa neppure per la mente. Il maestro dei 500 000, il 9 in persona, parla di un caduto italiano in Afghanistan con un certo tono di disprezzo, dice: quel tipo o qualcosa del genere. Anch'io sono contro la guerra in Afganistan come lo sono stato contro quella in Iraq, e affermandolo dove non era facile e non  era slogan affermarlo, ma il disprezzo l'ho riservato ai torturatori di Abu Ghraib, non ai caduti, di qualunque parte siano. No, caro Nove, non credo che saremo mai amici, anche se in fondo mi fa simpatia questo tuo iperattivismo sul web, così frenetico che ti fa chiedere l'amicizia a uno come me, con il quale non condividi nulla.

TQ, è terribile pensare che ho vissuto già tanto da vedere il Gruppo 63 e ora la sua riedizione a opera dei nipotini che nel 63 non erano ancora nati. Allora lo vidi con entusiasmo. Eco Arbasino e Sanguineti svecchiavano, erano brillanti, colti, pop, cosmopoliti , e io che ero studente in Statale a Milano  ne seguico, anche tramite il filtro aristocratico di Gillo Dorfles, mio professore, le tante imprese. Eco era quello che mi influenzava di più, tanto che mandai a lui le mie prime poesie, inutilmente, è ovvio. Arbasino lo ammiravo moltissimo, e continuo  a pensare che abbia scritto qualche gioiello e qualche capolavoro. Sanguineti era ribelle e titanico,  a suo modo. Quando lo vidi la prima volta alla libreria Feltrinelli di via Manzoni  mi colpì per il suo abbigliamento,  trench lungo, cravatta psichedelica e per il suo eloquio, tagliente, togliattiano, più che per quello che diceva. Leggevo Quindici, mandai ancora poesie a Alfredo Giuliani, questa volta ottenendo  una risposta benevola. Ma non pubblicai mai niente in area neoavanguardista. Pur essendo nella redazione del Verri, viaggiavo già per altri mondi, Shelley, Whitman, Lawrence, Miller, Hillman, Eliade, il mito, l'induismo, l'Islam ... Non avevo più niente da spartire con un fenomeno come la neoavanguardia che avevo studiato, metabolizzato e superato. Cosa che non mi è stata mai perdonata, in questo paese di conformisti, passatisti, servi, gente che guarda all'indietro e prende ordini dalla moda e dalle convenienze. 
TQ non ne so granché. Un manifesto che non ha presupposti estetici non so cosa altro sia se non una corale richiesta di potere. Cattedre, posti.Vecchio vizio dell'intellettuale italico che "tira 4 paghe per il lesso" o per il sushi.            
Ma posso sbagliarmi, non so niente di cosa pensino sulla letteratura e sul mondo il ragazzo Pedullà, Ostuni , Lagioia, puri nomi per me. Mi informerò.
Conosco invece il Cortellessa, ubiquo e infaticabile che ha come missione esplicita ormai riciclare la neoavanguardia, punto e basta. E uccidere gli altri, tra cui me. Ma non è che io sia così spaventato... 
Movimenti letterari, a me piacciono quelli come gli angry young men inglesi degli anni  60, Osborne, era adorabile, quelli come i beat, Ginsberg, era meraviglioso, movimenti, aperti, vivi, pronti a creare opere e mondo, non gruppi del cazzo, a ravanare nelle segrete del potere mediatico editoriale, per farsi un posticino, una pagnottella.

L'anagrafe è un buon collante? pensate se si alleassero gli autori  Settantenni, Ottantenni, Novantenni e Centenari, la siglia suonerebbe
SONC, quasi una variante della nota esclamazione soch, al completo sochmel. I vecchietti sono sempre più vispi, oramai...

Cazzate di mezza estate.Ma stasera che non lavoro, non scrivo articoli, non sono andato al ristorante, non ho concerti da seguire, non ho neppure un film da vedere, va bene così.

Ci sarebbero cose terribilmente più serie e tragiche di cui parlare, ma Didimo è stanco, è stato troppo serio e troppo incompreso, ora ha voglia di scherzare. Amaramente. Con qualche residuo scoppio di gioia e di passione. E di ridere.

A proposito di ridere, parlo con un grande amico grande e vero poeta di un intellettuale nostro coetaneo che gode  di stipendi vari e di una lauta pensione, così lauta e piovuta da cielo che ci viene in mente intrattenibile la storpiatura di un vecchio motivo: "Che bella pension che tieni/ che bella pension che hai/ ce la dai, ce la dai / ce la dai la tua pension..." Abbiamo riso più del solito, ricchi della nostra povertà,  come diceva il vecchio Farfa futurista e avanguardista davvero, "miliardari della fantasia"...   

 
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