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Il diario di Didimo Chierico
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Dall'ultimo numero della rivista Sincronie, in una sezione coordinata dall'ottimo Fabio Pierangeli.
Nel sole, nel mare, nel verbo.
Intervista a Giuseppe Conte
«Io sono animato dal più umile dei propositi:
salvare quello che c’è di umano nell’uomo,
quello che c’è di divino nell’universo intero,
e il linguaggio è l’unico strumento che ho per farlo.»
Pochi autori riescono, pur parlando di se stessi e della propria opera, a parlare agli altri. Quando questo accade, vuol dire che ci troviamo di fronte ad un grande poeta, dalle cui parole sentiamo emergere verità profonde eppure… familiari, che aspettavamo ci venissero rivelate. È il caso di Giuseppe Conte: nonostante egli abbia sperimentato generi diversi, creando con materie sempre nuove, possiamo continuare a pensarlo come il Ragazzo che «vuole avere una voce» e che, discendendo nelle profondità oceaniche, come narra la leggenda irlandese che egli recupera ne L’Oceano e il Ragazzo, riporta sulla terra «un Canto / nato appena, invincibile».
Di questo canto, della forza e dell’entusiasmo - nella sua accezione etimologica dell’essere presi dal divino - con cui Conte crede nella poesia, della naturalezza con cui riscopre i valori più profondi della letteratura, come testimoniano le risposte che seguono, non possiamo che essergli grati.
1) Lei ha scritto raccolte poetiche, romanzi e opere teatrali, considerando solo l’ambito della scrittura creativa. Ma qual è la forma in cui sente di poter meglio esprimere le sue esigenze formali e spirituali?
Ho sempre considerato il centro di tutta la mia attività la poesia. Ma sin dall’adolescenza la passione per il narrare e per la scena, il monologo e l’azione drammatica è stata fortissima. Cambiando genere, per me, non cambiano le esigenze spirituali. Anzi, è proprio l’urgere di una esigenza spirituale di conoscenza del mondo, di dar vita a un proprio mondo, a una propria visione del mondo che mi spinge a usare i differenti generi letterari a seconda dell’intensità, della durata, della forma di ciò che voglio esprimere. La poesia lirica è per il lampo divinatorio, per l’espressione rapida, quasi inconsapevole di uno stato d’animo e delle sue metamorfosi. Il dramma è per l’oggettivazione in personaggi e azione di una metafora della vita. Il romanzo è per descrivere in lunghi tempi e spazi, architettonici e sinfonici, i rapporti tra essere umano ed essere umano, tra essere umano e la società in cui vive o la storia attraverso la quale questa società è passata. Ripeto, non ho mai preso a modello romanzieri e drammaturghi, ma sempre poeti che poi hanno divagato verso altri generi, da Hugo a Pasolini.
2) Confrontando la sua prima raccolta L’Oceano e il Ragazzo con i vari esperimenti che compongono Canti d’Oriente e d’Occidente, mi sembra che il suo verso abbia acquistato una maggiore corposità, ma anche maggiore fluidità: un verso ricco che si fa realmente «materia- creante». Potrebbe delineare le tappe fondamentali del suo cammino poetico?
Dall’Oceano ai Canti passano molti anni. Dagli anni Settanta agli anni Novanta. Il verso dell’Oceano è ancora toccato dalla tentazione dall’atonalità, l’endecasillabo vi è truccato, respingendo congiunzioni e preposizioni alla fine, con una pratica quasi maniacale dell’enjambement. Tutto lì è dominato e in qualche modo subordinato a un delirio metaforico che trova la sua espressione nel novenario della ballata da cui il libro prende il titolo, una musica allucinatoria, celtica. Poi ho adottato un verso più narrativo nelle Stagioni. In Dialogo del poeta e del messaggero, ho scelto per la voce del Messaggero la terzina, per l’io poetante, che poi è la mia voce propria, storica, che parla per la prima volta senza metafore, un verso libero più fluido. Inoltre si allarga l’orizzonte lessicale sino a comprendere, nel poemetto Democrazia, il linguaggio della contemporaneità più cruda. Infine nei Canti compare la mia più approfondita ricerca metrica, con il ghazal orientale e i suoi distici rimati, l’endecasillabo mobile o discorde del poemetto Ai Lari, il verso whitmaniano e la terzina civile della poesia dedicata a Bobby Sands (terzina mantenuta nella traduzione in gaelico di Padraig O’Snodaigh).
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Il diario di Didimo Chierico
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Didimo è traghettato nel secondo decennio del XXI secolo tra malinconie e piccoli malanni. Rendersi conto che ha problemi a mangiare qualche ostrica e a bere qualche bicchiere di vino lo rattrista, prima che preoccuparlo. Rendersi conto che non ha più voglia di festeggiare neppure il Capodanno, su cui un tempo costruiva scoppiettanti mitologie , lo preoccupa, prima di rattristarlo. Non sa bene cosa vuole e cosa vale per lui. Si sente circondato di vuoto. Eppure lavora sempre, come se potesse scrivere in eterno.
Buona la presentazione di Terre del mito a Montecarlo. E’ l’unica che ho fatto, e non ne farò altre.
Sotto una pioggerellina insidiosa, Montecarlo vista dal Cafè de Paris era bellissima, luccicante e falsa come i sogni.
“These days, when , it seems to me , there are not many outstanding novels coming out of Italy, it is a joy to see the appearance of I giorni della Nuvola, an exceptional, pleasurable, and highly readable novel. The characters stand out of their own. The style is forceful and at times lyrical. Clouds, skies, rains, horizons and landscapes are described with subdued strokes and colors and a poetic quality that enhances the charm of the writing. Let us hope that Giuseppe Conte will produce many more novels.”
Queste parole benedette furono scritte da Rufus S. Crane su World Litterature Today, vol 65, n° 2 (Spring, 1991), cercare su internet per credere.
Il bello è che io leggo queste parole solo adesso. Perché Rufus S. Crane non è un mio parente, un mio vicino di casa, uno della mia casa editrice, un critico amico, niente, è uno che firma i suoi pezzi da Key West , che non fa parte di nessun giro. Il libro in questione (I giorni della Nuvola, Rizzoli, 1990) così apprezzato dal critico americano, passò in Italia sotto un pesante silenzio, e i pochi che se ne occuparono, Guglielmi, Golino, lo stroncarono.
Ho prodotto many more novels, da allora, ma che fatica!
Quante miserie, invidie, incomprensioni! Quanti boicottaggi ! Eppure, sono qui che progetto grandi storie ancora. Senza perdermi d’animo. Perché le sento necessarie, perché non potrei farne a meno. Certo, ci fosse un Rufus S. Crane italiano, tutto diventerebbe più facile…
Leggo Ayn Rand. La rivolta di Atlante. Dovrei detestare questa apologia della forza prometeica dell’industria, dell’acciaio, della ferrovia, del denaro. E’ superata, è perdente oggi. Però lo spirito ribelle, anarcoide, vitalistico dell’autrice mi piace. Leggo d’un fiato un’opera che ideologicamente è lontanissima da me. Ma è un’opera.
Un romanzo che vuol dire un cazzo di qualcosa. Oggi tutti scrivono senza idee di mondo e senza visione del mondo, e se ne vantano.
Leggo Aimez-vous Brahms della Sagan. Ero stato accusato da una gentile lettrice di Didimo di aver parlato in maniera troppo disinvolta e poco castigata di Bonjour tristesse.
Sempre in sintesi disinvolta, dirò che sono ammirato di come una ragazza di 24 anni abbia potuto scrivere un’operina come Aimez-vous Brahms. Lieve , garbata, mondana, malinconica, brillante, una specie monca di Affinità elettive ridotta a balletto, a commedia musicale di tempi meno tragici e più intimamente esistenziali. Paule e Roger, Simon e Maisy: Paule soprattutto è un bel personaggio, una di quelle donne che si vorrebbero incontrare, se ne esistono ancora.
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Il diario di Didimo Chierico
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Didimo, che trova un po’ troppo globalizzati i Season ‘s Greetings, e di stagione preferisce frutta e verdura,augura buon Natale ai suoi lettori cristiani, e Buon Anno a tutti compresi i suoi lettori mussulmani e in particolare a quello che dall’Iran si fa vivo ogni tanto. Bisognerebbe essere più buoni, ma è un problema. Quante domeniche ho passato in viaggio, quest’anno che finisce in California, a Palma di Majorca,a Manosque, e a Cetona, Stresa, Otranto …
E quante negli anni in Bretagna e a Nizza, quando avevo casa lì, colazione e giornali e taccuino di appunti al caffè La Lorraine, che ora ha cambiato persino nome e ha un arredamento vagamente techno, passeggiate sulla Promenade sino al fico di Quai Rauba Capeu.
Ora, quando sono in Liguria, passo la domenica a far visita a mia madre ottantottenne, al paesello di Porto Maurizio. Se è in forma, andiamo a colazione fuori, un brandacujun, un carpaccio di polpo , un bicchiere di Pigato in qualche bel ristorante sul mare. Qualche volta l’accompagno a far due passi per le vie del paesello.
Uno pensa di fare una cosa buona, e che verrà riconosciuta come tale. Ma come mi disse durante una cena memorabile a Potenza un molto frizzante Emilio Colombo (amico del giornalista Magliano, amico di giovinezza di mia madre) a fare del bene non ti ritorna mai del bene. Su internet, l’altra sera, ho trovato un blogger-spia che sottolinea la mia presenza domenicale al paesello con facile ironia (io sono detto il Sommo, il Vate … ) chiedendosi stupito perché parlavo con una signora rappresentante dei commercianti locali e che cosa mai ci saremo detti, in un accesso di dietrologia di paese. Si rassicuri, il blogger , stavo semplicemente accompagnando mia madre, e le due chiacchiere con la gentile signora che è venuta a salutarci erano di cortesia. Qualche blogger sa ancora cosa è la “cortesia”?
Su Panorama.it l’ottimo Buttafuoco, siculo filo-islamico di grande presa e a me simpatico, traccia un mio profilo politico molto sintetico ( destrorso da giovane, poi elettore di Bertinotti, oggi collaboratore di FareFuturo) a cui devo aggiungere qualcosa. E’ vero , da ragazzo ero un disperato eccentrico morboso, conservatore e reazionario contro la civiltà di massa. Per eccentricità mi iscrissi a 14 anni al PLI di Malagodi , pur provenendo da una famiglia di tradizione socialista (lo zio di mia madre Giacomo Vassallo fu un grande socialista di inclinazioni massimaliste, finanziatore del PSI , una cui sezione gli fu dedicata sinché il partito esistette).
Poi quando andai all’Università (Statale di Milano) capii che dovevo stare dalla parte dei lavoratori. Non essendo mai stato marxista, passai alla sinistra cattolica, fui esponente delle ACLI e feci la campagna elettorale per l’MPL di Livio Labor. Fallito quel progetto mi fu offerto dal PCI di entrare nel direttivo provinciale del Partito a Imperia.
Sarebbe stato l’inizio di una carriera politica seria. Ma io ormai ero in crisi, con il cattolicesimo, con la sinistra, con l’Occidente, e non accettai. Volevo soltanto fare lo scrittore. Non sono mai più stato vicino a nessun partito. I Verdi durante la segreteria di Luigi Manconi mi contattarono, e in seguito mi chiesero di candidarmi al Senato con loro, e io non accettai. Durante la mia partecipazione al premio Strega, un amico mi raccontò che nei salotti romani gli dicevano: Ma come, dai il voto a Conte che è così di destra?”
E al consiglio provinciale di Imperia, quando mi diedero il premio Flamalgal, qualcuno obiettò: Ma come , il premio a Conte che è così di sinistra? L’ambiguità non è mia. Io sono di destra e di sinistra, nel senso che per me questa vecchia distinzione novecentesca è saltata da un pezzo.
Quando nel 2003 presi posizione contro la guerra in Irak, votai Bertinotti. Oggi ritrovo molte mie idee di superamento degli steccati novecenteschi e di necessità di inventare il futuro nella Fondazione di Fini FareFuturo. Non sono cambiato io, o sono cambiato nella misura fisiologica in cui bisogna cambiare.
Mai aderito a partiti per avere prebende e far carriera , mai fatto girandole come i voltagabbana in cerca di lucro. I tempi sono cambiati.
E io, donchisciottescamente, foscolianamente lavoro per indirizzare il mio tempo verso il futuro, dal mio povero esilio.
Didimo si scusa della lunghezza , ancora auguri a tutti. |
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